Salute

sabato 21 Marzo, 2026

Tumore aggressivo e fibriomalgia, la frase shock alla visita fiscale: «Perché fa ricorso… non ha mica le metastasi»

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Il caso di Elisa De Maria: «Sembra che una persona debba raggiungere il limite, o addirittura morire, per ricevere gli aiuti di cui ha bisogno»

La vita che cambia improvvisamente, in modo radicale, dopo una diagnosi. Una di quelle notizie che nessuno vorrebbe mai ricevere. «Tumore al seno, allo stadio avanzato». E la routine quotidiana che viene rivoluzionata. E in certi casi, oltre ai danni arriva anche la beffa. Per Elisa De Maria, 40 anni, di Trento, questa si è concretizzata nella forma di poche parole: «Cosa vuole, mica ha la metastasi?». A pronunciarle un medico durante la visita fiscale, quella che doveva decidere sulla certificazione di invalidità. «Dopo sedici cicli di chemioterapia e venti sedute di radioterapia – racconta – mi sono trovata a combattere non solo contro la malattia, ma anche contro un sistema che spesso dimentica le persone come me. La chemioterapia ha lasciato segni profondi, tra cui la fibromialgia, una condizione che amplifica il dolore e la fatica, rendendo ogni giorno una sfida. Anche le attività più semplici possono rivelarsi insormontabili, e il sostegno emotivo diventa essenziale».

Elisa ha così deciso di fare la domanda di invalidità. «Mi è stato riconosciuto solo il 75 per cento. La visita fiscale è stata un momento difficile, durante il quale ho dovuto giustificare la mia condizione, sentendomi quasi in colpa per aver fatto ricorso. Mi è stato detto: “Come mai hai fatto ricorso, mica avevi le metastasi?”. Sono state parole che mi hanno fatto stare male. Sembra che una persona debba raggiungere il limite, o addirittura morire, per ricevere gli aiuti di cui ha bisogno». La percentuale di invalidità, nel caso di Elisa De Maria, fa la differenza, perché «sotto l’80% – specifica – in base al mio stato di famiglia non ho nessun aiuto economico. Andrò avanti e cercherò di far valere i miei diritti, anche se naturalmente questo per me è un costo ulteriore».

Elisa continua a lavorare, un lavoro, il suo, a contatto con il pubblico: «Non avrei comunque smesso: lo farò finché avrò le forze. Questa ingiustizia mi ha fatto riflettere su quanto sia difficile il sistema. La burocrazia e la mancanza di comprensione possono rendere l’iter di richiesta di aiuti un vero incubo. Non è solo una questione economica, ma anche di dignità e rispetto. In un momento così delicato, ci si aspetterebbe un supporto maggiore, non solo materiale, ma anche umano. In un momento così delicato – la conclusione – ci si aspetterebbe un supporto maggiore, non solo materiale, ma anche umano. A chi si trova in situazioni simili, voglio dire che non si è soli. È fondamentale continuare a lottare per i propri diritti e per la propria dignità. Spero che un giorno il sistema possa cambiare».