Università

venerdì 20 Marzo, 2026

Chiara, fuorisede a Trento, e l’escamotage per votare al referendum: «Mi candiderò come rappresentante di lista»

di

Le associazioni hanno lanciato un form online per permettere a centinaia di studenti di esercitare il loro diritto: «Rientrare in Molise era impensabile»

Chiara Caserta è una studentessa al secondo anno di filosofia dell’Università di Trento. Chiara è una degli oltre 11mila studenti fuori sede dell’ateneo trentino, e viene dal Molise, per lei tornare a casa significa spendere centinaia di euro in treni e impiegare più di 10 ore per attraversare mezza Italia. Considerando che l’ateneo non ha sospeso le lezioni nei giorni precedenti e subito successivi al referendum, se non in alcuni dipartimenti grazie all’impegno delle associazioni studentesche, tornare a casa era impensabile. «Non solo era una spesa importante – spiega Chiara – Ma anche un grande investimento di tempo. E per questa doppia spesa sarei potuta rimanere a casa giusto il tempo di votare, impensabile».

Chiara però al proprio voto non voleva rinunciare e così si è informata su cosa si potesse fare. A differenza del voto referendario di un anno fa infatti, questa volta il governo non ha concesso di votare ai fuori sede con un decreto, né ha portato avanti in Parlamento la legge sul voto per studenti e lavoratori fuorisede che era stata presentata con un’iniziativa dal basso di tante associazioni. In soccorso di Chiara è arrivato Udu, il sindacato degli studenti universitari. «In collaborazione con il Comitato dei 15 per il No al referendum abbiamo lanciato sui social un form con cui gli studenti fuori sede potevano candidarsi per fare i rappresentanti di lista nei seggi della città in cui vivono – spiega Diego Cirillo di Udu Trentino – Solo al nostro appello abbiamo ricevuto più di un centinaio di adesioni e iniziative simili sono state portate avanti anche da altri partiti come Pd e Avs». Un sistema che solo a Trento permetterà a centinaia di studenti di votare da fuori sede e tra questi anche Chiara.

«Sono stata fortunata – conclude la studentessa – Però è ora di sanare questa mancanza che non garantisce a molti studenti, ma anche a tanti lavoratori, di esercitare il loro diritto di voto». Una posizione con cui concordano i rappresentanti di Udu e UniTin. «Tra studenti e lavoratori fuori sede parliamo di circa 5 milioni di italiani, siamo profondamente arrabbiati e delusi che non sia stata prevista la possibilità per loro di votare – osserva Cirillo – Siamo uno degli ultimi Paesi rimasti in cui il voto è solo in presenza. Il fatto che questa volta il governo non lo abbia permesso fa pensare che temesse il voto degli studenti».

«Non si può non pensare male, che il governo abbia ritenuto che il voto dei fuori sede tendesse verso il no e quindi che in una sfida equilibrata convenisse loro che queste persone non votassero – aggiunge Gianmarco Ruvolo di UniTin – Per questo torniamo a dire con forza che serve una legge che garantisca una volta per tutte il voto a chi studia e lavora in una città diversa dal proprio Comune di residenza, in modo che il loro diritto non dipenda da decreti fatti sulla base della convenienza politica del momento. Non è possibile pensare che l’unico modo in cui si vota in Italia è andando nel seggio del proprio paesello. Gli italiani si muovono e il loro diritto di voto non può dipendere dall’avere o meno i soldi e il tempo per tornare a casa a votare. Il paradosso è che un italiano in Germania può votare più facilmente di un fuorisede».