In tribunale

martedì 17 Febbraio, 2026

Mafia in Trentino, condanne definitive: in otto finiscono in carcere

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Caso Perfido, le porte del carcere di Trento si sono aperte per i fratelli Giuseppe Battaglia e Pietro Battaglia, originari di Cardeto (Reggio Calabria) e residenti da tempo a Lona Lases

Tutti in carcere gli otto che, solo dieci giorni fa, si erano visti rigettare il ricorso dalla Corte di Cassazione e confermare quindi le pene inflitte un anno fa dai giudici di Trento, nell’ambito del processo «Perfido» che ha riconosciuto come in val di Cembra operasse una succursale trentina della ‘ndrangheta calabrese, capace di fare sua una grande fetta del business del porfido, l’oro rosso. Un totale di oltre 75 anni di condanne per associazione mafiosa che da inizio mese sono così divenute irrevocabili, non più impugnabili, tanto che qualcuno degli imputati era pronto ad entrare in carcere ancora prima che la Procura generale emettesse l’ordine di esecuzione. L’atto è arrivato venerdì scorso ed è stato attuato il giorno dopo dai carabinieri che hanno raggiunto ciascuno degli 8 dove avevano l’obbligo di dimora e cioè tra Trentino, Vercelli e Milano.

Da sabato sono in carcere per pagare il loro conto con la giustizia: si va da un massimo di quasi 12 anni a un minimo di 6 anni e 8 mesi. Le porte di Spini di Gardolo si sono aperte per i fratelli Giuseppe Battaglia e Pietro Battaglia, originari di Cardeto (Reggio Calabria) e residenti da tempo a Lona Lases. Giuseppe, imprenditore ed ex assessore comunale, e Pietro, già consigliere comunale, sconteranno le rispettive pene dopo la conferma definitiva. Nella struttura di Gardolo — per ora, in attesa del trasferimento in carceri per detenuti per reati di mafia — anche la moglie di Giuseppe, Giovanna Casagranda. Gli ulteriori penitenziari che hanno accolto i restanti destinatari dell’ordine sono Roma e Milano. Per chi non lo ricordasse, sono tre coloro che stanno già scontando le pene diventate definitive: 10 anni nel caso di Domenico Morello, indicato come «promotore e organizzatore» della locale ‘ndranghetista radicata in Trentino, 6 anni e 8 mesi per Pietro Denise e 8 anni e 10 mesi per Saverio Arfuso.

La Corte d’Assise di Trento, a luglio 2023, aveva inflitto la pena più alta, 12 anni (la Procura ne aveva sollecitati 14), all’imprenditore del porfido Giuseppe Battaglia, ex assessore, accusato di avere avuto un ruolo apicale nel sodalizio ai vertici della presunta organizzazione legata alla cosca Serraino. Una pena poi ridotta in Appello a 11 anni, 10 mesi e 20 giorni. Per gli inquirenti il 65enne avrebbe diretto e organizzato le operazioni economico-finanziarie delle ditte di porfido, curando per conto dell’organizzazione i rapporti con altri imprenditori o con le amministrazioni comunali di Lona Lases e Albiano. I giudici lo avevano riconosciuto colpevole anche del reato di caporalato, assolto invece «per non aver commesso il fatto» in merito al voto di scambio che coinvolgeva Roberto Dalmonego, così come l’altro imputato Maria Giuseppe Nania.

Il fratello Pietro Battaglia, ex consigliere comunale di Lona Lases e membro di Asuc, è stato condannato a 9 anni, 6 mesi e 20 giorni dopo una lieve riduzione in secondo grado. Stessa pena, con uno sconto di 4 mesi, per Giovanna Casagranda, riconosciuta colpevole di concorso esterno in associazione mafiosa. I tre erano stati accusati anche di riduzione in schiavitù, reato poi derubricato in caporalato. Il concorso esterno è stato attribuito anche al commercialista romano Federico Cipolloni, destinatario della condanna più bassa, 6 anni e 8 mesi, ritenuto promotore e organizzatore del sodalizio romano e in contatto con il presunto capo della locale, Domenico Morello.

Maria Giuseppe Nania, residente ad Albiano e considerato il «braccio armato» della ‘ndrangheta, dovrà scontare 11 anni e mezzo e 20 giorni. Dieci anni invece per Demetrio Costantino, residente a Trento, ritenuto componente di rilievo della locale e accusato di fornire istruzioni per eludere i controlli delle forze dell’ordine; per lui anche la condanna per voto di scambio legato a Mauro Ottobre. Otto anni la condanna definitiva per Domenico Ambrogio di Albiano, indicato come esecutore di atti intimidatori, e 8 anni e 8 mesi per Antonino Quattrone, che per l’organizzazione avrebbe curato i rapporti con imprenditori e funzionari compiacenti.