L'editoriale

lunedì 16 Febbraio, 2026

Il cannibalismo totale degli Epstein files

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Eravamo abituati a sentire favole su super ricchi che da soli creano due punti di Pil: poi è arrivato il famigerato archivio

Qualche settimana fa è stato pubblicato il controverso archivio dei cosiddetti Epstein Files, che è costituito da un’enorme mole di pagine e documenti, che includono 180.000 immagini e 2000 video, tutti raccolti in vent’anni di indagini su Jeffrey E. Epstein, finanziere miliardario che ha gestito per decenni una rete di traffico sessuale di ragazze minorenni, intrattenendo nel frattempo rapporti e affari con presidenti, monarchi, accademici, scienziati, attori, registi, cantanti e vip di ogni sorta, cioè i superuomini dell’élite globale.

Questa pubblicazione ha – a mio parere – una strana caratteristica. Quella di avere un sapore, al contempo, «vecchio» e «nuovo».
Vecchio non solo perché l’esistenza dell’archivio era in parte noto da oltre 20 anni. Nuovo non solo perché la pubblicazione di questi files è iniziata due anni fa e si sta concludendo proprio in questi giorni.
La ragione di questa «vecchia novità», o di questa «nuova tradizione», è molto più profonda e trasversale ed ha a che fare con l’effetto che gli Epstein Files hanno sulla nostra psiche collettiva, ancora prima di ciò che essi rappresentano materialmente.
Si tratta di un sentimento nuovo, (o come direbbe Battiato un «Sentimiento Nuevo»), descrivibile come un miscuglio di indignazione, disillusione e disgusto, innestato dal dover ammettere che la spropositata ricchezza materiale non si accompagna necessariamente a virtù, merito o forme di ricchezza morale.
La nostra psiche collettiva, abituata da sempre ad ascoltare favole di uomini talmente meritevoli e talentuosi da essere in grado di costruire imperi che superano da soli il Pil di due o più nazioni insieme, di fronte agli Epstein files non può fare altro che ammettere che i super ricchi non solo non sono necessariamente meritevoli di dovizie spropositate; ma sono anche pronti ad usarle per nuocere gli altri, esercitando pressioni, potere e abusi che non servono ad altro che ad accrescere il proprio potere in un circolo vizioso: alla fine, la sete è impossibile da placare.

Ed è proprio qui che questo sentimento nuovo rivela la sua radice vecchia o persino antica. Miti di divinità insaziabili e implacabili, a cui bisognava offrire ciclicamente giovani corpi in sacrificio, sono trasversali a tempi e culture diverse, dal dio del sole azteco, al minotauro mediterraneo. Sono miti che hanno attraversato i secoli trasformandosi: progressivamente, dal raffigurare il rapporto tra umano e divino, sono passati a definire il rapporto tra umano e umano.
Con il Novecento, è diventato chiaro che a regolare i rapporti tra le persone c’era l’appartenenza di classe; che l’appartenenza di classe definiva il dominio di alcuni corpi su altri; che questo dominio si esercitava anche nell’utilizzo dei corpi subalterni, come fossero cose.
Così, Pier Paolo Pasolini nel film «Salò. O le Centoventi giornate di Sodoma» del 1975 mostrava come i quattro uomini che rappresentavano l’élite di allora disponessero a loro piacimento e in modo sadico di corpi giovanissimi, ragazzini e ragazzine subalterni, chiusi per 120 giorni dentro una villa di lusso isolata e lontana dalla vita quotidiana (che un po’ ci ricorda l’isola privata di Epstein) per mettere in scena la lotta di classe non più come rivolta – una modalità che forse apparteneva al secolo precedente – bensì come resa assoluta del corpo al potere: quella di classe era infatti una lotta che non avveniva più, perché già persa.

Questa perdita è messa in scena attraverso una verità che è ancora antica, ma già nuova: quando una classe domina totalmente, l’altro non è nemmeno più un avversario con cui combattere, bensì soltanto un oggetto. Pasolini, dunque, ci disgusta con alcune scene del film per rivelarci che il capitalismo avanzato, alleato con il potere politico, trasforma gli umani: da persone, li rende cose consumabili. Un po’ come le centinaia di adolescenti adescate da Epstein e dalla sua complice Ghislane Maxwell: le cercavano fragili, con problemi in famiglia e nei quartieri più poveri.
Eccoli, dunque: il vecchio e il nuovo, che si mescolano negli eventi del presente. Nuove indignazioni per vecchie forme di esercizio del potere, convivono in una scena pubblica che le reti sociali contribuiscono a rendere ancora meno sensata, ma molto più sensazionalistica e inquietante.
Così, vediamo gli stessi vizi, le stesse forme di cannibalismo che in passato attribuivamo agli Dei, realizzarsi tra umani che Dei non sono, ma che, come divinità, vivono: al di sopra della legge, al di là delle risorse e sicuramente molto al di là del bene e del male. Li «guardiamo» dai nostri dispositivi, filtrati, distorti e ci fanno questo strano effetto: ci immobilizzano.
Nelle 120 giornate di Sodoma viene rivelata la verità sulle persone che diventano cose per mano dell’élite; chissà come avrebbe immaginato Pasolini il dominio di classe 50 anni dopo, cioè oggi. Forse avrebbe mostrato come i ricchi e potenti contemporanei non si limitino ad usare i corpi altrui come oggetti, perché c’è qualcosa di nuovo nel corpo: produce dati, che producono ricchezza. È un cannibalismo totale. Non basta più la carne. Anche l’informazione che quella carne produce è fagocitata dal grande e ingiusto sistema di divinità umane contemporanee, insaziabili nella loro sete di denaro e potere.

*Antropologa e ricercatrice della Fbk