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sabato 14 Febbraio, 2026

Olimpiadi, la tregua è un fallimento: appello dal Trentino mentre il monitoraggio rileva 7 zone di guerra aperta

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Un lungo elenco di associazioni chiede sanzioni per i governi inadempienti e la demilitarizzazione dei siti di gara. Intanto, il secondo report di Unimondo e Atlante delle Guerre conferma: la tregua olimpica è «largamente violata»

Mentre le cronache sportive celebrano i successi degli atleti, la tregua olimpica si sta rivelando un drammatico fallimento diplomatico. Da un lato c’è la spinta etica del Trentino, che attraverso una lettera aperta indirizzata a Cio, Coni e al Governo italiano chiede che la pace non sia solo un simbolo, ma un impegno concreto. Dall’altro c’è il dato crudo del secondo monitoraggio globale curato dall’Atlante delle Guerre del Mondo e Unimondo, che documenta come le armi non abbiano mai smesso di sparare, con un peggioramento rispetto alla prima settimana di gare.

L’appello delle associazioni trentine punta il dito contro la retorica del “mondo migliore attraverso lo sport” e sollecita le istituzioni a intervenire sui governi nazionali perché il cessate il fuoco sia realmente rispettato. I firmatari chiedono azioni decise, come l’erogazione di sanzioni previste dall’ordinamento olimpico per i paesi inadempienti e l’avvio di percorsi di carriera civile per atleti e atlete, oggi in gran parte legati ai corpi militari. Il documento esprime inoltre forte preoccupazione per la gestione locale dell’evento, invocando un alleggerimento della militarizzazione nei territori ospitanti e denunciando le gravi restrizioni alla libertà di movimento imposte agli abitanti delle zone più vicine alle gare, come nel caso di Lago di Tesero.

L’urgenza di questo appello è confermata dai dati del report aggiornato al 12 febbraio, che descrive una tregua «largamente violata». Nel cuore dell’Europa, tra Ucraina e Russia, le operazioni militari e i bombardamenti continuativi proseguono con intensità altissima, senza alcun segnale di tregua. Analoga è la situazione in Medio Oriente, dove nella Striscia di Gaza persistono violenze e operazioni armate israeliane nonostante il periodo olimpico in vigore.

Il monitoraggio evidenzia inoltre come il conflitto si stia espandendo in contesti spesso dimenticati dai riflettori: in Etiopia, la regione del Tigray resta teatro di scontri significativi tra le forze governative e il TPLF, mentre nello Yemen la frammentazione del conflitto ha portato nuove vittime nella provincia di Shabwa. In Myanmar la giunta militare prosegue la repressione con l’uso di droni e combattimenti terrestri contro la resistenza, così come nella Repubblica Democratica del Congo si registrano attacchi sanguinosi da parte dei gruppi armati nel Nord e Sud Kivu. Infine, la tensione resta altissima nel Sahel, dove l’attacco all’aeroporto di Niamey in Niger conferma l’instabilità cronica della regione.

In nessuno di questi sette contesti sono emersi segnali di negoziato o riduzioni dell’attività bellica. La tregua olimpica, concludono le associazioni e i ricercatori, rimane dunque ampiamente disattesa. Se l’obiettivo di questa legislatura sportiva era “chiudere il ciclo” della violenza almeno per la durata dei Giochi, i numeri dicono che la scommessa della pace è, per ora, amaramente persa.