L'editoriale

giovedì 12 Febbraio, 2026

Referendum giustizia, una polarizzazione che non aiuta

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Entrambe le posizioni omettono nei rispettivi argomenti elementi cruciali per una scelta informata. In queste condizioni, a prescindere dall'esito per un servizio di giustizia che funzioni meglio bisognerà aspettare ancora.

Il referendum è un inevitabile meccanismo di polarizzazione. Non si scappa: quando la decisione è tra un sì e un no lo spazio delle sfumature si annulla. Il referendum sulla giustizia non fa eccezione. Ed anzi, ogni giorno che passa le posizioni si allontanano e la scelta viene oberata di significati e intenzioni che trascendono di molto lo stretto significato tecnico. Promotori ed oppositori presentano i propri argomenti con ogni tono possibile, dal pacato (più raro) al più acceso, ma la sensazione è che qualcosa resti ancora non detto. Anche per il cittadino informato – categoria non proprio prevalente su un tema così specifico – è difficile sottrarsi alla sensazione che la decisione dipenda dallo schieramento al quale si aderisce più che da una valutazione di merito. E così vengono a mancare alcuni tasselli necessari per un esame equilibrato.

Quelli che vorrebbero respingere il quesito, e cassare la riforma, sono per una difesa rocciosa dell’esistente. L’intransigenza della loro posizione sembra ignorare che l’amministrazione della giustizia per molti cittadini è un’esperienza frustrante. Non sono più gli anni del consenso diffuso per l’operato dei magistrati nel contrasto alle degenerazioni della politica e degli affari. Oggi prevale la sensazione di un sistema che non riesce a soddisfare le richieste dei cittadini nella loro vita quotidiana. Per citare l’esempio più macroscopico: i tempi della giustizia sono fuori sincronia rispetto alle necessità di persone e imprese, come se non contasse il ritardo con cui una causa è decisa, un contenzioso risolto. Comportarsi come se questo sistema non richiedesse interventi ha contribuito inevitabilmente ad alimentare un senso di separatezza, quando non di corporativismo. Alla domanda di un servizio di giustizia più aderente ai bisogni della società gli operatori non si sono mostrati troppo attenti, o quantomeno hanno preferito dare priorità agli equilibri interni. Il tassello che qui manca è la risposta alla domanda: perché un sistema giudiziario così orgoglioso del proprio potere di autogoverno non è stato in grado di affrontare le proprie criticità per offrire un servizio migliore ai cittadini, prestando così il fianco all’uso del martello referendario?

Per contro, chi ha proposto il referendum ha decisamente spostato il punto focale su tutt’altro piano. Il quesito presenta la separazione delle carriere come un rimedio ai mali della giustizia, ma non offre nessuna spiegazione di come questa misura ne migliorerà davvero l’efficienza. I sostenitori del sì hanno concentrato l’attenzione sulla separazione della funzione giudicante da quella requirente, in nome del completamento della riforma Vassalli del 1989, che ha introdotto in Italia il sistema processuale penale di tipo accusatorio, basato sulla parità tra accusa e difesa davanti a un giudice terzo. Il campo di intervento è stato così ristretto alla giustizia penale e al perfezionamento di un modello di maggiori garanzie per i diritti degli imputati. Di fatto, si è data priorità ad una misura che inciderà solo parzialmente sull’amministrazione concreta della giustizia, privilegiando un approccio più ideologico che efficace.

La separazione delle funzioni, infatti, nell’attuale sistema è già una realtà. Nell’arco della propria carriera un magistrato oggi può transitare solo una volta dal ruolo di giudice a quello di pubblico ministero, o viceversa. E questi passaggi sono rari: nel 2024, su circa 8.800 magistrati, sono stati solo 42 (0,48% del totale). Oltre a ciò, si potrebbe anche osservare che se il fine è quello della separazione netta delle carriere, e non solo delle funzioni, non si capisce perché i sostenitori della riforma non abbiano proposto che questa sia davvero rigorosa e avvenga sin dall’inizio, con due diversi canali di accesso e due percorsi di formazione separati. Se carriere diverse devono essere, allora sarebbe logico che lo fossero anche i concorsi, i criteri di selezione, i tirocini, e via seguendo. Perché dare battaglia sulla separazione delle carriere fermandosi a metà, con un intervento che si limita alla separazione in due del Csm? E come si può pensare che il metodo del sorteggio dei membri togati possa davvero contribuire a migliorare la qualità della gestione organizzativa che compete a tali organi? Mi sembra che il principio dell’«uno vale uno» nella vita pubblica del nostro Paese abbia avuto una vita breve e non proprio felice: è bizzarro che a riproporlo siano proprio quanti ieri lo hanno dileggiato, a meno che il fine ultimo non sia proprio quello di indebolirne il ruolo.

Il tassello mancante in questo caso riguarda la chiarezza circa gli effetti nel tempo dell’intervento proposto dei referendari e la reale intenzione che lo motiva. La separazione delle carriere potrebbe, infatti, comportare una conseguenza della quale si è discusso molto poco. Una volta divisi nettamente i percorsi, infatti, come evitare che l’esercizio della pubblica accusa si trasformi in un eccesso di discrezionalità? Oggi l’appartenenza alla stessa carriera, pur con il vincolo di un solo passaggio di ruolo di cui si è detto, permette a entrambe le funzioni di condividere alcuni momenti di confronto e di formazione comune. Non è poco: significa che l’esercizio dell’accusa in nome di un interesse pubblico non è solitario ma si mantiene connesso ad un’elaborazione che in qualche modo deve tenere conto anche del punto di vista della parte giudicante. Non per nulla, nei Paesi in cui le carriere sono separate per evitare che i pubblici ministeri abbiano un potere debordante il perimetro della pubblica accusa è definito dal potere esecutivo, che interviene con indirizzi e priorità. Proprio quello che i sostenitori del referendum sostengono di non volere, senza chiarire però come pensano di arginare un eccesso di autonomia della funzione requirente. E poiché si può escludere che i sostenitori del sì abbiano intenzione di concedere alle procure spazi ancora più ampi, è lecito dubitare che il referendum sia l’ultimo atto del loro disegno.

Come si vede, dunque, entrambe le posizioni omettono nell’esposizione dei rispettivi argomenti diversi elementi cruciali per una scelta informata. Si pone mano all’equilibrio tra poteri dello Stato senza mettere davvero in chiaro quali saranno i benefici che ai cittadini verranno da una giustizia così riformata. Anzi, eludendo le questioni più cruciali per chi vi si affida. In queste condizioni, il significato del referendum si ridurrà ad un confronto tra schieramenti e per un servizio di giustizia che funzioni meglio bisognerà aspettare ancora.

 

*Segretario generale Euricse