L'intervista

mercoledì 11 Febbraio, 2026

Mauro Corona si gode le olimpiadi da fondista mancato: «Ho cercato di entrare nei gruppi sportivi militari ma hanno visto la mia fedina penale»

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Lo scrittore: «Purtroppo avevo precedenti per ubriachezza molesta e non solo... non mi hanno voluto»

Ha lasciato la sua casa di Erto, un paesino sperduto sulle Dolomiti friulane, per immergersi nel vortice delle Olimpiadi. Accompagnato dall’ex fondista e campione Silvio Fauner (un oro, due argenti e due bronzi alle Olimpiadi), ieri Mauro Corona – alpinista, scrittore e scultore nato a Baselga di Pinè – è venuto in Trentino per assistere alle gare sprint allo stadio del fondo di Lago di Tesero. Zaino alle spalle e binocolo al collo, si è piazzato ai piedi della tribuna a fare il tifo. Il primo a chiedergli una foto è stato Giovanni Malagò, ex presidente del Coni e attuale guida della Fondazione Milano Cortina 2026, arrivato anche lui a Tesero per le gare sprint.

Corona, è venuto a godersi lo spettacolo del fondo?
«Io sono appassionato di sci di fondo, oltre che di discesa e bob, per cui ho corso in Nazionale. Mi ha emozionato vedere in questa conca, che sembra una mano che raccoglie la neve, gente di tutto il mondo. Vedo Svezia, Norvegia… Questo è bellissimo. Per non parlare del panorama, della neve… Sono cose che emozionano al di là dei detrattori e dei poveracci che devono dire sempre male di tutto».

Ci sono state forte contestazioni sulla presunta sostenibilità economica, sociale e ambientale delle Olimpiadi.
«Ci sono persone che dicono che le Olimpiadi sono inutili, ma anche la poesia, diceva Borges, è inutile. Invece in un mondo di fatica, di guerre, di difficoltà economiche per le persone, vedere finalmente qualcuno che porta allegria, gioia, tifo, mi sembra una bella cosa, forse una delle ultime cose pulite».

Chi è il suo favorito?
«Il mio favorito è Pellegrino, ma anche gli altri: c’è Elia Barp che è di Trichiana, vicino casa mia. Pellegrino avrebbe potuto portarsi a casa una medaglia, però la mia ammirazione incondizionata è per quel norvegese, Klaebo, che stravince tutto. Klaebo è uno di quei regali che la natura fa ogni tanto a qualcuno, come nell’arrampicata c’era Manolo».

Si ferma solo oggi?
«Sì sì, poi probabilmente vado a vedere il Biathlon ad Anterselva. Io ero un fondista, chiaramente a livello amatoriale. Ero molto dotato, non lo dico per vantarmi. Non potevo allenarmi, però, ai livelli dei professionisti perché dovevi arruolarti in qualche corpo. Io ci avevo provato con i vigili del fuoco di Belluno, ma quando mi hanno chiesto la fedina penale, hanno visto che era lunghissima: processi per bracconaggio, ubriachezza molesta… Quindi ho dovuto rinunciare (ride)».

Perché proprio il fondo?
«Negli anni immediatamente successivi al Vajont venne su un signore che si chiamava Gioacchino Falcone, di Pieve di Cadore: lavorava lì, controllava quello che rimaneva dopo il disastro del Vajont, era una bravissima persona. Ecco, lui era un fanatico del fondo, aveva fatto tutte le gare e vinceva pure. Ha iniziato a inocularci dentro lo sci di fondo, che è una meraviglia. Ci insegnava il primo passo, poi è uscito quello pattinato. Lui mi diceva “ti t’ha da far patinato, perché te sì massa on picio”. Io rimasi anche un po’ allibito. Oggi continuo a fare fondo, ma sempre da amatoriale».