La storia
sabato 14 Febbraio, 2026
«Un buio totale mi attraversa la testa e sale il panico»: Mario racconta la demenza agli studenti dell’Arcivescovile
di Serena Torboli
Il progetto «Trento – Comunità amica delle persone con demenza» porta il dialogo intergenerazionale in classe: cinquanta giovani a confronto con il decadimento cognitivo per abbattere lo stigma e restare umani
Mario è a un incrocio. Le auto passano, il semaforo lampeggia. Lui si ferma. Non sa più dove sta andando. Un buio totale gli attraversa la testa, il panico sale fino alla gola. Vorrebbe urlare. Dove dovevo andare? Al tabacchino a prendere il giornale, come ogni mattina? O al panificio per il pane? Le strade sono le stesse di sempre, ma non significano più nulla.
Può bastare qualcosa di semplice. Una mano sulla spalla. Una voce calma. Nessuna risata, nessuna fretta. Qualcuno che non lo evita. Bastano poche domande gentili, un tono rassicurante, il tempo di rallentare il respiro. Se il terrore si abbassa, i pensieri si riallineano: Mario riesce ad attraversare la strada. E a ricordare: il giornale. Stava andando a prendere il giornale.
È questo il racconto che Mario, persona con deterioramento cognitivo, ha condiviso con ragazze e ragazzi della classe quarta del liceo classico e scientifico dell’Arcivescovile di Trento. Un incontro dentro il progetto «Trento – Comunità amica delle persone con demenza», dove a fare rete sono numerose realtà del territorio: capofila è il servizio welfare e coesione sociale del comune di Trento, ma ne fanno parte diversi soggetti, le tre Apsp della città, l’Asuit, l’associazione Alzheimer, St Gestioni, le istituzioni museali della città, ed il gruppo le Scintille, composto da dodici persone con decadimento cognitivo.
L’obiettivo è aumentare la conoscenza della demenza, abbassare lo stigma, ridurre paura e timore. Per farlo, il gruppo di lavoro ha scelto di investire sui più giovani, su chi oggi ha 18 anni e domani sarà parte attiva della comunità. Cittadini e cittadine capaci di riconoscere un segnale di disorientamento, di non voltarsi dall’altra parte quando una persona esita sulle strisce pedonali.
Il percorso si è articolato in cinque incontri in classe, distribuiti nell’arco di oltre sei settimane, con il coinvolgimento di circa cinquanta studenti e studentesse. Non lezioni frontali, ma momenti partecipati, che hanno richiesto protagonismo e confronto. In aula sono entrati i racconti di chi vive la demenza ogni giorno: persone con deterioramento cognitivo, familiari, caregiver, volontari. Poi il punto di vista dei professionisti: una musicoterapista, operatori e operatrici socio-sanitari, un neurologo che ha spiegato cosa accade nel cervello quando il decadimento si sviluppa.
Infine, l’esperienza più intensa: l’ingresso in struttura e nei luoghi di incontro con persone anziane e con demenza. Un dialogo diretto, avvenuto la scorsa settimana, che ha messo alla prova emozioni e pregiudizi. Disarmante è la trasparenza con cui Mario e le altre persone hanno parlato delle proprie défaillance, dei momenti di vuoto, ma anche della vita che continua: le attività al circolo, la pizza con i familiari, gli incontri culturali, le risate. Non un racconto edulcorato, ma nemmeno una storia fatta solo di cupezza e perdita.
Nella restituzione finale, due parole sono tornate più spesso: relazione e speranza. Relazione come rete che si attiva tra scuola e quartiere, tra giovani e anziani, tra famiglie e servizi. Speranza come possibilità di continuare a vivere, fare, sognare, anche quando la memoria tradisce. Le attività creative – dal Lego allo Scarabeo, fino alla scrittura di canzoni – hanno messo al centro aiuto, sostegno, amicizia, luce.
La demenza oggi è una priorità di sanità pubblica. L’aumento delle diagnosi è vertiginoso e non tutte le persone potranno – né dovranno – essere accolte in struttura. L’orizzonte è un altro: permettere a chi ha un decadimento cognitivo di restare nel proprio territorio, nel proprio quartiere, nella propria quotidianità, evitando l’escalation di ansia e isolamento che nasce dallo sguardo giudicante o dall’indifferenza.
Non serve essere medici o terapisti. Serve una comunità attenta. Una mano sulla spalla, il tempo di una domanda gentile, l’accompagnare qualcuno oltre le strisce pedonali possono cambiare un momento di panico in un ritorno alla calma. È da qui che passa l’idea di comunità amica: non lasciare sola la persona con demenza, né chi le sta accanto. E insegnarlo fin da ora a chi quella comunità la abiterà domani.
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