Le pagelle

domenica 1 Marzo, 2026

Top e flop di un Festival tiepido: brillano le cover, non gli inediti. Il Paese di Sal Da Vinci e il clima da Restaurazione

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Levante merita di meglio, Maria Antonietta e Colombro impalpabili, bene Ditonellapiaga, male Chiello di brok

Eravamo il Paese di Leonardo Da Vinci, adesso siamo quello di Sal Da Vinci. È lui il vincitore di questa 76esima edizione del festival di Sanremo. Mai sottovalutare il potere del neomelodico. «L’Italia del futuro, un paese di musichette mentre fuori c’è la morte», lo si diceva in un monologo diventato culto della serie Boris e in una canzone del 2021 di Willie Peyote (La Locura). Ieri con l’Iran sotto le bombe statunitensi e israeliane la definizione è parsa particolarmente calzante. E se nell’ultimo decennio, a fatica, la nostra musica aveva provato ad uscire – a fatica – dagli stereotipi che la dominano, con i 2 Sanremo di Carlo Conti ce li siamo ripresi tutti orgogliosamente. L’anno scorso aveva vinto «Ridere, piangere, fare l’amore», roba da «In tutti luoghi in tutti i laghi», o «Le domeniche d’agosto quanta neve che cadrà». Quest’anno ha vinto il Castello delle Cerimonie, l’immagine tipo dell’italiano all’estero. E la cosa bella è che Sal Da Vinci non vince per il Televoto del pubblico. No, davanti a Sayf e Ditonellapiaga lo mettono la giuria delle Radio e della Sala Stampa, quelli che dovrebbero premiare il merito e invece premiano il clichè. E infatti anche i premi della critica non brillano. Miglior testo a Fedez e Masini (parliamone) e Premio Mia Martini a Fulminacci (mah). Va meglio con il Premio Bigazzi a Ditonellapiaga e i due premi Lucio Dalla e Lunezia a Serena Brancale. Del resto, alla fine, c’era sicuramente di meglio di Sal Da Vinci, ma la verità è che nessuna delle canzoni in gara è stata entusiasmante, è mancato spessore e questo è dovuto, da un lato al fatto che i brani in gara li scrivono sempre gli stessi e li scrivono in troppe mani, dall’altro al fatto che direttore artistico e conduttore coincidono quasi sempre. Con quale competenza, non è dato saperlo. Bambole di pezza e Arisa avevano suggerito Elisa come prossima direttrice artistica, una scelta che avrebbe portato una ventata di qualità e freschezza. Invece no, ci sarà Stefano De Martino sia come conduttore che come direttore artistico. La separazione delle carriere piace solo per la magistratura, a quanto pare. Che dire sul resto? È stato un festival senza né lode né infamia che è filato liscio fino al finale «ad effetto» (l’effetto sbagliato) con un calo importante negli ascolti. I momenti migliori? Alicia Keys su tutti, poi il tributo di Lauro a Crans Montana e un’ottima serata delle cover. Il fatto che quasi tutti gli artisti in gara abbiano dato il meglio su pezzi non loro dovrebbe fare riflettere su quanto questi pezzi li sentissero realmente come propri.

Top 5

Ditonellapiaga 8

Vince la serata delle cover con merito, si parla tanto di Tony Pitony ma le cose più belle e difficili in quel brano le ha fatte lei e la protagonista è stata lei. Alla fine, il suo brano è il più particolare di questo festival e quello con la migliore ricerca sonora.

Serena Brancale 8

Si scuce di dosso l’abito da caciarona e mostra a tutti che sa fare anche cose più serie ed impegnate. Molto bella la dedica alla madre scomparsa durante il periodo pandemico, difficilissimo cantare un testo così personale senza farsi travolgere dall’emozione, aggiunge una buonissima tecnica.

Sayf 8,5

La sorpresa di questo festival, bravo cantante, bravo musicista, anche una discreta penna. Mezzo voto in più perché supera abbondantemente le aspettative. Peccato solo per i capelli.

Bambole di Pezza 8

L’inedito non le valorizza a pieno, non è male ma è la loro versione un po’ annacquata per farsi accettare al festival. C’era bisogno del pop punk e dei testi politoc-sociali. Si riscattano tra conferenza stampa e serata delle cover. Iconiche con Cristina D’Avena e quel medley tra Occhi di Gatto e Whole Lotta Love.

Levante 8,5

Il suo brano è quello con la cellula ritmica più interessante, la strofa è scritta in 6 ottavi con il cantato che ad un certo punto accelera e spezza l’andamento. Poi nel ritornello la melodia si apre sulla quinta dell’accordo portante e c’è quell’interscambio modale un po’ alla Radiohead che dà un sapore sognante al brano. Non c’avete capito nulla? Nemmeno la giuria dell’ Ariston, tranquilli. Molto bello il suo duetto con Gaia e quel bacio non censurato, ma così fuori programma che la regia non è riuscita a catturarlo. Graffia bene, sempre appoggiata, mai calante e soprattutto consapevole, sia della sua cifra artistica che dei suoi valori. Sarebbe bello che qualcuno la apprezzasse davvero per quello che vale.

Flop 5

Fedez e Masini 5

La versione scaduta del brano dell’anno scorso.

Chiello 4

Una tragedia, dal look al cantato, poi arriva il colpo di grazia con Tenco.

Samuray Jay 5

Il livello è più o meno quello di Benji e Fede. Belen poi doveva fare due cose e sbaglia anche quelle due. In spiaggia ci andiamo quest’estate, grazie.

Eddie Brock 4

Prerequisito per fare il cantante e andare a Sanremo dovrebbe essere quantomeno l’intonazione, anche se poi negli anni si è visto che non è così. Lui però va proprio oltre, non ne becca un manco per sbaglio. Uno dice, «vabeh, ma compenserà su scrittura e interpretazione» e invece no, niente. Sembra lì per caso.

Maria Antonietta e Colombre 5

Impalpabili dall’inizio alla fine e trascinano Brunori Sas nel baratro.