L'intervista
martedì 3 Febbraio, 2026
Tomba, il campione che fermò Sanremo: «Ho vinto tutto, ma il traguardo più bello è l’affetto della gente dopo trent’anni»
di Lorenzo Fabiano
Fu una rivoluzione pop e oggi si prepara a gustarsi le Olimpiadi. «Ho avuto tantissimo, in Mongolia mi fecero persino un francobollo celebrativo. Io e Ghedina abbiamo portato un po' di sorrisi»
Cinque medaglie: tre ori e due argenti, tra il 1988 e il 1994. Le Olimpiadi, il suo terreno di caccia. Caccia grossa, visto quanto Alberto Tomba si è portato a casa nella sua leggendaria carriera. Ma limitarsi ai numeri, 50 vittorie in Coppa del Mondo, una grande sfera di cristallo, e due titoli mondiali, sarebbe riduttivo. «La Bomba», come lo battezzarono gli americani, è andato oltre: non è stato solo ciclone sportivo (ha vinto tutto) ma anche sociale in un Paese che si fermava per lui. Su monti portò il rock‘n’roll, dove prima di lui si intonavano i cori alpini. Una rivoluzione pop.
Alberto, per lei si fermò pure il Festival di Sanremo: come ha vissuto la sua enorme popolarità?
«L’ho vissuta bene, sebbene a quel tempo non me ne rendessi del tutto conto. A volte la pressione era davvero tanta: tutti gli occhi sono puntati su di te, tutti che aspettano da te il risultato, è in quei momenti che capisci la tua forza. Ho avuto tantissimo, in Mongolia mi fecero persino un francobollo celebrativo e indimenticabile rimane il ricordo dalla sfilata nell’ottobre del 1992 a New York per i 500 anni del Columbus Day: c’era Sofia Loren e fu un onore per me sfilare lungo la Fifth Avenue con la divisa dell’Arma dei Carabinieri».
Lei ha portato un po’ di allegria nell’ambiente dello sci alpino.
«L’ambiente era un po’ cupo e austero. Diciamo che io e Kristian Ghedina abbiamo portato un po’ di luce e un po’ di sorrisi».
Imparammo a conoscerla al Parallelo di Natale che si tenne il 23 dicembre del 1984 sulla «Montagnetta» di San Siro: «Grossa sorpresa alla “montagnetta” di San Siro. Un azzurro della B beffa i grandi nel parallelo» titolò il giorno dopo la Gazzetta.
«Un bellissimo ricordo. C’era pieno di gente, incredibile. La neve la portarono alla Montagnetta coi camion dalla Valtellina, quanto basta per poter fare la gara. Ero in squadra B, l’anno dopo passai in squadra A e debuttai in Coppa del Mondo».
Lei a sciare aveva iniziato sull’Appennino, vicino a casa sua.
«Sugli sci sono cresciuto in Appennino, dove ho vinto le prime garette. Mio padre era un grande appassionato, conobbe Roberto Siorpaes, maestro di sci di Cortina, in un collegio in Svizzera. Da lì tutto ebbe inizio e cominciai a sciare insieme a mio fratello. Con i nostri genitori andavamo a Cortina per le vacanze di Natale e Pasqua e in Marmolada d’estate. La famiglia è sempre stata, e lo è tuttora, importantissima nella mia storia».
Ha vinto tutto, la soddisfazione più grande dal punto di vista sportivo?
«Le vittorie son tutte belle, dalla prima all’ultima. Se vincere è però difficile, rivincere lo è ancora di più. Per questo direi la medaglia d’oro in gigante nel 1992 sotto il sole sulla Face de Bellevarde a Val d’Isère ai Giochi di Albertville, quattro anni dopo l’oro di Calgary. Albertville come Alberto, Calgary in Alberta, come Alberto… (ride, ndr) io coi nomi ci gioco. Altra grande soddisfazione è stata la doppietta ai Mondiali di Sierra Nevada del 1996, un obiettivo che inseguivo da tempo».
Memorabile quel 18 febbraio del 1992 alle Olimpiadi di Albertville; lei oro in gigante, e Deborah Compagnoni oro in SuperG.
«Ero in testa dopo la prima manche. Nella pausa vidi in televisione al rifugio Deborah vincere l’oro in supergigante, e questo mi diede ancora più carica per la seconda. Una giornata indimenticabile. Che campionessa Deborah, l’unica sciatrice della storia a vincere tre ori di fila alle Olimpiadi in tre edizioni diverse».
E dal punto di vista umano qual è la soddisfazione più grande che le rimane, Alberto?
«L’affetto della gente, anche oggi che son passati quasi trent’anni dal mio ritiro. È incredibile anche per me e la mia famiglia».
La sua storia sportiva è molto legata a Madonna di Campiglio, che per lei era presa d’assalto da masse oceaniche.
«Campiglio è un posto fantastico, una delle poche gare in Coppa del Mondo ad avere il traguardo nel cuore del paese. Ricordo, la mia vittoria nel dicembre del 1988, quando vinsi davanti a Marc Girardelli: c’erano 40mila persone, una cosa pazzesca. Di solito si correva la domenica, ma quella volta spostarono la gara durante la settimana, per gestire la massa che arrivò a Campiglio, sennò si sarebbe bloccato tutto. Sulla 3Tre ho gareggiato per la prima volta in Coppa del Mondo nel 1985, e diciamo che è un posto dove mi sento a casa mia. Vuoi per l’affetto della gente, vuoi perché è in effetti la tappa di Coppa del Mondo più vicina casa mia».
Ultimo capitolo di una storia epica: 15 marzo del 1998, il giorno del suo ritiro. Lei che saluta tutti con una vittoria a Crans Montana, laddove undici anni prima era salito alla ribalta conquistando il bronzo in gigante ai mondiali. Bella coincidenza, no?
«Ho aperto col bronzo in gigante ai mondiali del 1987 dietro ad avversari come Zurbriggen e Girardelli. Undici anni dopo, ho chiuso la mia carriera sempre a Crans Montana, vincendo la mia ultima gara di Coppa del Mondo. Avevo appena perso mia nonna e volevo vincere anche per lei. Al traguardo i due norvegesi Buraas e Jagge mi portarono in trionfo, un ricordo bellissimo».
Ritirarsi da vincitori non è da tutti. Aveva solo 31 anni, cosa la indusse a dire basta?
«Chiaro che a volte possa venirti fuori un po’ di nostalgia, ma è stato bello così. Troppa pressione, troppo stress. Avevo vinto tutto, ero stufo e volevo farmi la mia vita tranquilla».
L’avversario più forte che ha incrociato?
«Ho iniziato con Ingemar Stenmark e ho finito con Hermann Maier. E in mezzo ci mettiamo Zurbriggen, Girardelli, il povero Nierlich, Von Gruenigen, Accola, Kosir, i norvegesi: ogni anno di avversari forti ne avevo almeno una decina».
Con Gustavo Thoeni allenatore, vinse la Coppa del Mondo nel 1995 esattamente vent’anni dopo di lui, altra bella coincidenza. Lui taciturno, lei esplosivo: che rapporto aveva con Gustavo?
«Nel 1989 gli chiesi se volesse allenarmi. Nello sci tante parole non servono, io e Gustavo ci siamo capiti subito e siamo entrati in sintonia. Siamo rimasti insieme fino al 1996, poi venni seguito da Flavio Roda. A Gustavo voglio bene e gli sono riconoscente».
Il docufilm «Vincere in salita» e ora l’autobiografia «Lo slalom più lungo» (Sperling & Kupfler). Sentiva il bisogno di raccontarsi?
«Volevo lasciare un ricordo a chi quei tempi li ha vissuti standomi vicino; è un modo per dire grazie a tanti amici che sono come fratelli per me e alla mia famiglia. Ma è anche un documento storico per chi quei tempi non li ha vissuti».
Le Olimpiadi sono alle porte, cosa possiamo aspettarci dallo asci azzurro?
«Alle Olimpiadi è importante azzeccare la giornata giusta, forza Azzurri!»
«Ero Tomba, oggi sono Alberto». Lo ha detto lei. Chi è oggi Alberto?
«Uno che ti suona il campanello a ora di pranzo e si siede a tavola con te davanti a un bel piatto di tortellini».