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giovedì 19 Febbraio, 2026
Sui social si parla tanto (talvolta in modo sbagliato) di autismo. Ma gli influencer italiani fanno meno errori di quelli in lingua inglese: lo studio dell’Università di Trento
di Redazione
Tante generalizzazione e alcune vere e proprie bufale. E anche i modelli AI affrontano il tema diversamente
«Le persone autistiche hanno paura di andare ai concerti». Oppure: «Se un bambino evita lo sguardo durante una conversazione è sicuramente un segnale di disturbo dello spettro autistico». Sono frasi tra le più diffuse sui social che rischiano di alimentare luoghi comuni e informazioni fuorvianti sulla neurodiversità. Eppure non tutto ciò che circola online sull’autismo è disinformazione.
È quanto emerge da uno studio del Dipartimento di Psicologia e Scienze cognitive dell’Università di Trento, pubblicato sulla rivista scientifica Journal of Autism and Developmental Disorders, che ha analizzato in modo sistematico i contenuti in lingua italiana pubblicati su TikTok con l’hashtag “autismo”.
Lo studio
La ricerca ha preso in esame 148 video pubblicati tra il 2020 e il 2024, dai quali sono state estratte 408 affermazioni informative sull’autismo, analizzate singolarmente. A differenza di precedenti studi — che valutavano l’accuratezza dei video nel loro complesso — il gruppo di ricerca trentino ha scelto un approccio più dettagliato, concentrandosi sulle singole frasi.
Ogni affermazione è stata classificata da tre esperti clinici come “accurata”, “sovra-generalizzata” o “inaccurata”, sulla base delle conoscenze scientifiche attuali.
Un esempio di informazione inaccurata è: «È possibile determinare se un bambino è autistico solo utilizzando il test Wisc». In realtà la Wechsler Intelligence Scale for Children (WISC) è un test clinico standard che valuta le capacità cognitive tra i 6 e i 16 anni, ma non è uno strumento diagnostico per l’autismo. La diagnosi si basa infatti su una valutazione clinica complessa e multidimensionale, che integra osservazione, anamnesi e diversi strumenti standardizzati.
Le frasi sulla “paura dei concerti” o sullo “sguardo sfuggente” rientrano invece nella categoria delle sovra-generalizzazioni: non sono completamente false, ma trasformano una possibile caratteristica individuale in una regola universale, ignorando l’eterogeneità dello spettro autistico.
Un esempio di informazione accurata è invece: «Gli interventi precoci possono migliorare le capacità comunicative nei bambini autistici». Numerose ricerche mostrano che interventi avviati nei primi anni di vita sono associati a progressi nelle abilità comunicative, sociali e adattive, pur con esiti variabili da persona a persona.
I risultati
Nel complesso, circa il 70% delle informazioni analizzate è risultato accurato, il 20% sovra-generalizzato e solo il 9% chiaramente inaccurato. Un quadro più equilibrato rispetto a precedenti ricerche su contenuti in lingua inglese, dove la percentuale di informazioni errate arrivava al 41%.
«Valutare le singole informazioni ci ha permesso di cogliere meglio la complessità dei contenuti», spiega Alessandro Carollo, primo autore dello studio. «Un video può contenere molte affermazioni corrette e una sola imprecisa: giudicarlo nel suo insieme rischia di dare un’immagine distorta».
Lo studio evidenzia anche che stabilire l’accuratezza non è semplice nemmeno per i professionisti: l’accordo tra gli esperti è risultato moderato, soprattutto nel distinguere tra affermazioni inaccurate e sovra-generalizzate. Un dato che mostra quanto sia facile scivolare in semplificazioni in un ambito complesso come quello dell’autismo.
Le stesse affermazioni sono state poi valutate anche da due modelli di intelligenza artificiale ampiamente accessibili al pubblico, ChatGPT (versione 4.0 mini) e Gemini (versione 1.5 Flash). ChatGPT ha mostrato un livello di accordo con gli esperti simile a quello registrato tra i clinici, adottando un approccio più prudente. Gemini, invece, ha teso più spesso a considerare accurate affermazioni che gli esperti giudicavano imprecise o sovra-generalizzate.
«L’intelligenza artificiale può essere uno strumento di supporto utile, ma non un sostituto dell’esperienza clinica», sottolinea Gianluca Esposito, direttore del Dipartimento e corresponding author dello studio. «Questi sistemi possono aiutare a segnalare contenuti potenzialmente problematici, ma vanno utilizzati con cautela, soprattutto quando si parla di salute».
Secondo gli autori, il lavoro apre la strada allo sviluppo di sistemi di alert o indicatori di affidabilità sui social media, in grado di fornire agli utenti un contesto sulla qualità delle informazioni. Un supporto prezioso soprattutto per genitori e persone in cerca di risposte, in un ecosistema digitale in cui TikTok rappresenta insieme una risorsa di informazione e condivisione, ma anche un potenziale veicolo di semplificazioni e fraintendimenti.
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