Quirinale

giovedì 1 Gennaio, 2026

«Scegliete il vostro futuro»: nel discorso di fine anno Mattarella parla ai giovani tra pace, lavoro e coesione sociale

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Nel messaggio di Capodanno il presidente richiama i valori della Repubblica, condanna le guerre, difende welfare e lavoro e invita le nuove generazioni a scegliere con coraggio il proprio futuro

«La nostra vera forza è stata la coesione sociale nella libertà e nella democrazia». Sergio Mattarella affida a questa frase il cuore del suo messaggio di Capodanno, un discorso di quindici minuti a reti unificate che, come da tradizione, accompagna il passaggio all’anno nuovo con una riflessione che intreccia memoria, presente e futuro. Un intervento pensato soprattutto per i giovani, chiamati a sentirsi parte di una storia collettiva che dura da ottant’anni e che ha fatto dell’Italia «un Paese di successo».

Il presidente della Repubblica parte proprio dalla parola Repubblica, evocando un «album immaginario» che ripercorre le tappe fondamentali dal referendum del 2 giugno 1946 a oggi. Un percorso non lineare, un «mosaico» composto con fatica, che va osservato nel suo insieme e non attraverso singole tessere. Al centro, il metodo dei padri costituenti, capaci – ricorda Mattarella – di scontrarsi duramente al mattino e di trovare nel pomeriggio compromessi alti per il bene comune, rifuggendo, anche allora, da «violenti scontri verbali e accuse reciproche».

Un richiamo che parla chiaramente all’oggi e alla classe politica, invitata a superare le partigianerie sulle riforme fondamentali. Pur scegliendo di lasciare sullo sfondo i temi più strettamente politici, il capo dello Stato non rinuncia a ribadire alcuni punti fermi della collocazione internazionale dell’Italia: «L’Unione europea e l’Alleanza Atlantica costituiscono le coordinate della nostra azione internazionale», senza cedimenti né ambiguità. E la pace, ammonisce, «non è imporre il proprio dominio o i propri interessi».

La condanna è netta quando Mattarella richiama i «bombardamenti sulle città ucraine» e la «devastazione di Gaza», definendo «ripugnante il rifiuto di chi nega la pace perché si sente più forte». Uno sguardo amaro su un mondo attraversato da conflitti, che si lega alla constatazione di un tempo difficile anche sul piano interno: «Si chiude un anno non facile. Tutti ne abbiamo ben presenti le ragioni e, come sempre, speriamo di incontrare un tempo migliore. La nostra aspettativa è anzitutto rivolta alla pace».

Accanto allo scenario internazionale, il discorso si concentra con forza sulla dimensione sociale. Mattarella costruisce un continuo rimando tra passato e presente, ricordando le grandi conquiste dell’Italia repubblicana e, allo stesso tempo, le sofferenze che ancora attraversano ampie fasce della società. Welfare, sanità, lavoro, salari, nuove povertà, emergenza abitativa, corruzione ed evasione fiscale: temi citati con sobrietà, ma senza sconti, perché «i cittadini sanno bene di cosa si parla».

Richiamando la «grande stagione di riforme» che ha cambiato «il profilo dell’Italia», il presidente cita la riforma agraria e il Piano casa, collegandoli alle difficoltà che oggi incontrano le giovani coppie nel trovare un’abitazione nelle città. Ricorda poi lo Statuto dei lavoratori, «strumento che riconosce e sancisce diritti, dignità e libertà sindacale», valori che chiamano al rispetto della sicurezza sul lavoro e all’equità delle retribuzioni, in un Paese che continua a soffrire di salari inadeguati rispetto al costo della vita.

Altro pilastro è il servizio sanitario nazionale, che «garantisce universalità e gratuità delle cure» e rappresenta una conquista decisiva dello Stato sociale, insieme a un sistema previdenziale esteso a tutti. Condizioni, sottolinea Mattarella, «da preservare di fronte ai cambiamenti di ogni tempo», senza smarrire l’idea di uguaglianza e dignità della persona.

Nel tradizionale equilibrio tra luci e ombre che caratterizza i suoi messaggi, il presidente individua però una luce chiara: i giovani. A loro si rivolge con un appello diretto, respingendo etichette e giudizi superficiali. «Qualcuno – che vi giudica senza conoscervi davvero – vi descrive come diffidenti, distaccati, arrabbiati: non rassegnatevi». L’invito è a essere «esigenti e coraggiosi», a scegliere il proprio futuro e a sentirsi responsabili come la generazione che ottant’anni fa costruì l’Italia moderna.

Un ponte ideale tra le generazioni, nel segno della coesione sociale, che guarda già al 2026 e agli ottant’anni della Repubblica: una storia da custodire, ma soprattutto da continuare.