L'editoriale
domenica 22 Febbraio, 2026
Papa Leone XVI e le olimpiadi: il pontefice contro la mercificazione nel mondo sport
di Claudio Ferlan*
Secondo Prevost, lo sport si deve liberare dal legame malato con economia e finanza e la «dittatura della performance»
Anche la Santa Sede interviene sul tema olimpico. Lo scorso 6 febbraio, giorno della cerimonia d’apertura dei Giochi, Leone XIV ha pubblicato una lettera, intitolata «La vita in abbondanza». Vi è un diretto riferimento al Vangelo di Giovanni (Gv 10,10), dove si legge: «Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza».
L’evangelista non si riferiva certo alla ricchezza materiale, ma, come precisa il papa in chiusura della lettera, a «una pienezza di vita che integra corpo, relazione e interiorità».
Leone XIV si muove tra due poli, l’uno positivo e l’altro negativo. Il primo richiama i valori pubblici e formativi dello sport; il secondo denuncia il rischio di trasformare l’ossessione per il risultato e il profitto nel criterio dominante della pratica sportiva. Una caratteristica del messaggio sta nel fatto che il papa è uno sportivo, praticante e tifoso: fin dal momento della sua elezione, i media misero in evidenza le sue passioni per il tennis e per i Chicago White Sox, una delle squadre di baseball della sua città natale. Insomma, chi ha scritto la lettera è, quantomeno, una persona informata sui fatti. Prevost nuota anche regolarmente, e il tratto biografico-sportivo è stato letto persino come indizio di temperamento: il tennis e il nuoto possono essere una scuola di concentrazione, autodisciplina e solitudine, elementi non secondari per un pontefice.
Nel messaggio olimpico, Leone XIV usa lo sport per parlare anche d’altro, come si evince facilmente scorrendo i titoli delle sezioni: costruzione della pace, educazione («valore formativo dello sport», «lo sport, scuola di vita e areopago contemporaneo»), sviluppo della persona, rischi e valori, cultura dell’incontro, relazione e discernimento.
La parte più politica del messaggio si trova in apertura, dove viene ribadito l’appello alla tregua olimpica. I richiami alle Scritture e alla teologia (Paolo, Ugo di San Vittore, Tommaso d’Aquino, Ignazio di Loyola collegato a Montaigne, Filippo Neri, Giovanni Bosco) servono soprattutto a rinforzare la connessione tra spirito e corpo come elemento fondante della vita spirituale. Ricordando poi le testimonianze di alcuni papi del XX secolo e del Concilio Vaticano II, Leone XIV espone chiaramente quello che possiamo definire il polo positivo del suo messaggio: una visione dello sport centrata sulla dignità della persona, sul suo sviluppo integrale, sull’educazione e sulla relazione con gli altri, insistendo sul valore universale dello sport quale strumento di promozione di fraternità, solidarietà e pace.
E il polo negativo? A delinearlo sono soprattutto due elementi: il legame malato con economia e finanza e la «dittatura della performance», dinamiche che inducono a truccare le carte in tavola, a dimenticare la sana competizione in nome del successo economico e agonistico. Corruzione e doping – imbrogli, in una parola – diventano così il prodotto logico di un sistema in cui vincere e monetizzare valgono più dell’integrità della competizione. Quando lo sport diventa merce e spettacolo totale, scrive Leone XIV, si demoralizza anche il pubblico e si indebolisce la funzione sociale del gioco. L’attenzione agli spettatori è molto rilevante nella parte centrale della lettera, dove il papa esprime la propria preoccupazione per il fanatismo: il tifo che perde di vista il senso di appartenenza per trasformarsi in presa di posizione identitaria legata alla discriminazione politica, sociale o religiosa, al risentimento, persino all’odio.
Come anticipato, il ragionamento di Leone XIV si fonda su una chiara prospettiva storica: la Chiesa cattolica ha riflettuto sull’attività fisica fin dalle proprie origini e ha dialogato con lo sport di massa fin dal momento del suo emergere, più di un secolo fa (le prime Olimpiadi sono del 1896, i primi Mondiali di calcio del 1930), oscillando tra sospetto e valorizzazione. Nel corso del Novecento, soprattutto nella seconda metà del secolo, si è consolidata l’idea che il tempo libero e l’esercizio fisico possano contribuire all’equilibrio della persona e perfino favorire relazioni fraterne tra popoli.
In questo quadro, Milano-Cortina non è stata solo una vetrina. È stato un laboratorio: per due settimane, una parte d’Italia è stata attraversata da linguaggi e immaginari globali. È stata un’occasione per misurare la qualità dello sport – e della società che lo produce – nella capacità di tenere insieme quattro elementi fondamentali: regole, limite, inclusione, lealtà. Dove uno di questi viene meno, la competizione resta, ma perde senso. In un tempo in cui la cronaca sportiva convive quotidianamente con scandali, gioco d’azzardo, algoritmi dell’attenzione e geopolitiche della propaganda, un testo pontificio che non si limita a benedire l’evento ma entra nel merito ha un valore che supera il recinto confessionale. Se si legge la lettera in controluce, la sua ambizione è chiara: sottrarre lo sport al doppio rischio della mercificazione e della sacralizzazione. Non è un tema nuovo, ma oggi torna con forza, perché lo sport è uno dei grandi linguaggi pubblici rimasti. Proprio per questo il punto non è chiedere allo sport ciò che non può dare, né ridurlo a intrattenimento. È preservare ciò che lo rende riconoscibile: una competizione regolata e capace di includere, di educare.
*Storico dei cristianesimo e ricercatore della Fondazione Bruno Kessler
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