L'intervista

domenica 4 Gennaio, 2026

Oltre mille minori a rischio povertà in Trentino, l’allarme di Spadaro: «Famiglie sempre più fragili. Mancano gli investimenti»

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Il presidente del tribunale dei minori di Trento riflette sui dati del ministero. «Cresce anche l'abbandono scolastico. Rischiamo esclusione e devianza»

La presenza di molti minorenni a rischio povertà ed esclusione sociale è un fatto da non sottovalutare che richiede interventi per tempo. Questa l’opinione di Giuseppe Spadaro, presidente del tribunale dei minori di Trento.

Presidente Spadaro, i dati parlano di 1.034 minori in Trentino a rischio povertà ed esclusione sociale. È un numero che dovrebbe preoccupare la società civile?
«Va precisato che i minori a rischio povertà ed esclusione sociale in Trentino rispetto la media nazionale sono molti meno (8.8% rispetto 22.2%). Tuttavia, il dato Istat rimane allarmante: ciò va letto come una spinta ad intensificare gli interventi di supporto e prevenzione dei Servizi Sociali già efficienti in Trentino. Inoltre, è utile sottolineare che i minori a maggior rischio povertà sono i minori stranieri non accompagnati (Msna), i quali hanno anche un maggior rischio di esclusione sociale e devianza se il processo di integrazione sociale fallisce».

Quando si parla di “rischio povertà ed esclusione”, di che situazioni stiamo parlando?
«Abbandono scolastico dovuto a famiglie a rischio prive di risorse psicosociali ed economiche; magari con un genitore detenuto o con problemi psichiatrici. Quindi, l’abbandono scolastico comporta il venir meno del supporto della scuola ed eventuali segnalazioni immediate del minore; aggravando la situazione dello stesso, il quale rischia di essere preso in carico troppo tardi, solo a seguito di denuncia penale».

Povertà ed esclusione sociale hanno un effetto anche sul piano scolastico, emotivo e relazionale dei minori?
«Sì, l’abbandono scolastico è l’aspetto principale che comporta mancanti interventi tempestivi e peggiora il benessere emotivo e relazionale del minore. Egli si trova spesso senza autostima e risorse per affrontare le difficoltà, e ciò comporta un maggior bisogno di utilizzare sostanze o alcolici per gestire le emozioni. Il bisogno di procurarsi la sostanza e il senso di ingiustizia per la povertà’ familiare comporta un maggior rischio di spaccio e reati contro il patrimonio. Nella pratica quotidiana non parliamo soltanto di povertà economica in senso stretto. Spesso si tratta di povertà educativa, fatta di carenze di stimoli, di opportunità, di accompagnamento adulto, di esasperata conflittualità genitoriale. Dal punto di vista giuridico, il Tribunale interviene quando queste condizioni si traducono in una compromissione dei diritti fondamentali del minore. Dal punto di vista pedagogico, osserviamo ambienti in cui mancano routine stabili, ascolto, sostegno allo studio, valorizzazione delle competenze emotive e sociali. L’esclusione sociale, in questi casi, è anche esclusione dalle possibilità di crescita».

Esiste una correlazione tra povertà ed esclusione sociale e gli episodi di microcriminalità minorile?
«La povertà non genera automaticamente devianza. Tuttavia, dal punto di vista pedagogico, la mancanza di opportunità educative, di modelli positivi e di riconoscimento sociale può spingere alcuni minori a cercare altrove risposte ai propri bisogni di appartenenza e di visibilità. Dal punto di vista giuridico, il sistema penale minorile riconosce questa vulnerabilità e pone al centro la funzione educativa e rieducativa dell’intervento, evitando logiche meramente punitive. La prevenzione resta, in ogni caso, la strategia più efficace, cosa possibile anche con provvedimenti di tipo amministrativo o civilistici prima che penalistici in senso stretto».

Dal vostro osservatorio, quali comportamenti emergono più spesso: piccoli reati, dispersione scolastica, disagio familiare?
«Sì, emergono reati, ma spesso non sono lievi perché vanno dalla rapina aggravata a quelli contro la persona quali maltrattamenti in famiglia e gravi reati nei confronti di compagni e di frequente di natura sessuali. La dispersione scolastica e il mancato supporto adeguato da parte della famiglia sono elementi che determinano la devianza minorile».

I casi riguardano più spesso famiglie già fragili o si stanno ampliando anche a nuclei che fino a poco tempo fa non avrebbero chiesto aiuto?
«Sì, i casi di famiglie fragili si stanno ampliando; il problema è che rimangono sottosoglia in quanto per pregiudizi e paura del giudizio sociale e timore nei confronti degli assistenti sociali non chiedono aiuto. Inoltre, spesso ci sono nuclei talmente disfunzionali che non comprendono di avere bisogno di aiuto nella gestione dei figli».

Dal suo punto di vista, quali strumenti di prevenzione funzionano davvero per intercettare il disagio prima che diventi conclamato?
«Sicuramente aiuti economici e di supporto psico-socio-pedagogico alle famiglie da parte dei Comuni e della Provincia già a partire dall’istruzione non obbligatoria se iscritti. Spesso, quando arrivano alla scuola primaria è già tardi. Si dovrebbe favorire l’intervento del sistema sanitario, a partire dai pediatri per una valutazione più ampia quindi sociopsicologica e non solo in merito alla cura igienico/ medica. In sostanza verificare non solo se il genitore vaccina il figlio, ma controllare le competenze genitoriali visto che fino a 6 anni non esiste obbligo scolastico. In merito ai figli di stranieri si dovrebbe investire anche e tanto nella mediazione culturale».

Qual è il rischio più grande se questi 1.034 minori non vengono sostenuti adeguatamente oggi?
«Sicuramente la devianza, soprattutto se Msna. 1.034 minori in Trentino ma ancor più il dato nazionale è un numero che preoccupa profondamente, perché indica una quota significativa di bambini e ragazzi che crescono in condizioni non pienamente favorevoli allo sviluppo. Dal punto di vista giuridico, la Costituzione e la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia impongono alle istituzioni il dovere di rimuovere gli ostacoli che limitano l’eguaglianza sostanziale. Dal punto di vista pedagogico, però, il dato è ancora più allarmante: la povertà e l’esclusione non incidono solo sul presente del minore, ma ne condizionano le traiettorie educative, relazionali e identitarie. La società civile dovrebbe interrogarsi non solo su quanti sono questi minori, ma su che tipo di adulti rischiamo di non far diventare se non interveniamo per tempo. Sostenere questi minori oggi significa investire in prevenzione, coesione sociale e cittadinanza futura. Non farlo significa affrontare domani problemi molto più complessi e costosi, sul piano umano e istituzionale. Purtroppo, anche a livello nazionale, l’attenzione ed i relativi investimenti economici, ma non solo, sembrano andare nella direzione opposta come più volte ho ribadito nelle diverse sedi in cui ho avuto modo di esprimermi sul punto. Oggi fa molta più notizia una baby gang che commette dei reati, rispetto ad un ragazzo che con una messa alla prova positiva dopo anni di marginalità, sostenuto dalla rete è riuscito a raddrizzare il suo percorso di vita».