L'editoriale
lunedì 5 Gennaio, 2026
L’equivoco della pace
di Simone Casalini
L’ultimo film di Park Chan-wook, «No other choice», è un illuminante viaggio nelle radici della violenza che ci ricorda un punto fondamentale: la pace è prima di tutto giustizia
L’ultimo film di Park Chan-wook – «No other choice» – racconta la vita di un uomo che perde il lavoro nel settore della carta. Venticinque anni di dedizione e di estasi familiare che s’incrinano perché, nella transizione societaria, Man-soo si era opposto al licenziamento di alcuni colleghi. La perdita dell’occupazione da caporeparto si abbatte come un’onda anomala sulla sua vita, rimettendo tutto in discussione: l’adesione al ceto medio, il rapporto con la moglie e i figli, la casa, gli oggetti che descrivono lo status sociale (l’abbonamento a Netflix e le lezioni di tennis), il rigore degli ideali.
Man-soo non riesce a ricollocarsi sul mercato e il sistema lo spinge a diventare un omicida tragicomico per eliminare i suoi possibili avversari ai colloqui di lavoro. Quando avrà centrato i suoi obiettivi e ritrovato il ruolo, avrà perso però ogni valore in cui credeva, accettando di guidare un reparto interamente governato dall’Intelligenza artificiale. Senza quella presenza umana che prima considerava essenziale.
«No other choice» (non c’è altra scelta) perché il protagonista, in fondo, è una pedina perfetta di quel gioco – la versione ennesima del capitalismo – che credeva di poter cambiare o almeno umanizzare. «No other choice» perché i maschi di mezza età non sanno immaginare la loro vita diversamente, lontana dal ruolo – piccolo o grande che sia – che li traduce in una posizione rispetto al fluire del mondo. Contrariamente a lui, la moglie si spoglia dei privilegi e degli orpelli del ruolo, viene assunta come igienista dentale, taglia i costi della vita domestica per preservare le sole scialuppe di salvezza: l’amore e la libertà.
Il film di Park Chan-wook è illuminante perché, in fondo, è un viaggio nelle radici della violenza, in un sistema economico e sociale che colloca le persone ai margini. Dove il naufragio di uno è la salvezza dell’altro. È una storia che si fa discorso, che ci dice molto anche sulla nostra (bassa) predisposizione alla pace. La pace è prima di tutto giustizia, riconoscersi l’un l’altro e saper essere negli occhi dell’altro, stabilire relazioni paritarie, affermare l’uguaglianza. Se non c’è misura, se la competizione soverchia la comunione dei fini non c’è pace.
I discorsi di oggi sulla pace appaiono fragili nella loro impostazione. La pace è una prassi e non un’enunciazione, è una cultura e non un’evocazione. Come la democrazia, non è mai data per sempre. Ma anzi, sono esperienze minoritarie dell’umano. Quando si afferma che in Ucraina l’aggressione russa – sempre più rimossa – deve essere fermata anche a costo di una pace ingiusta si diffonde un messaggio fatale perché da quell’accordo ne deriverà, in parte o del tutto, il nuovo ordine mondiale. Possiamo davvero riceverlo come pace? O non è piuttosto il riconoscimento che la violenza può essere una pratica premiante? In Ucraina l’unica via della pace è quella che non umilia l’aggredito così come in Medio Oriente la base della convivenza non può che essere la costituzione di un’entità statuale palestinese.
Papa Francesco aveva ragione nella sua premessa culturale: «Disarmare le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra». La parola è il primo innesco del conflitto, ma anche il balsamo con cui possiamo allestire società curanti. Le parole disarmate sono la diplomazia. Che ha il compito di ricostruire le relazioni, di riportare il conflitto sul terreno della dialettica, di correggere le asimmetrie imposte con la forza, di tutelare il diritto internazionale, trasgredito ormai ogni giorno. Il disarmo unilaterale conduce, invece, al martirio, la morte ideale o l’ideale della morte. Ma con quale risultato? Se non ci fossero stati la Resistenza e gli Alleati il nazifascismo non sarebbe stato sconfitto perché i personaggi tragici della Storia non ragionano con le corde del cuore e della sensibilità. La pace ingiusta è un ossimoro.
Ci sono almeno quattro livelli in cui la pace prende forma. Il primo è quello del sistema economico-sociale perché è il fattore che condiziona maggiormente la vita, che determina la quotidianità, che dosa aggressività e etica, che stabilisce profitto e redistribuzione.
Il secondo è nel rapporto paritario tra culture, la cui mancanza è alla base di conflitti, sottomissioni e disumanità che hanno segnato la Storia del mondo come il colonialismo. Il pensiero illuminista contiene anche considerazioni razziste e eurocentriche, individua un ranking sociale fondato su cultura e etnia, ha generato l’Olocausto. Oggi c’è una tendenza a ricadere nelle stesse opinioni come se da queste dipendesse l’arresto del declino dell’Occidente.
Il terzo livello è quello di genere. Anche in questo passaggio storico sono uomini (da Putin a Trump, che ieri ha aperto un nuovo fronte in Venezuela, da Netanyahu a Xi Jinping, i generali della guerra in Sudan e via scorrendo le mappe del sangue) a dominare la scena con i loro demoni di violenza. Stanno giocando con l’idea di guerra diffusa, di destabilizzazione del pianeta per riaffermare un insensato progetto di virilità mascherato da potenza. Mandando al massacro generazioni di giovani. Nell’omelia di Natale Papa Leone XIV ha sostato sul punto: «Fragili sono le vite dei giovani costretti alle armi, che proprio al fronte avvertono l’insensatezza di ciò che è loro richiesto e la menzogna di cui sono intrisi i roboanti discorsi di chi li manda a morire». Ma il dominio maschile si compie ancora nelle alte sfere dei ruoli, privandoci di un’altra scelta, di un altro sguardo.
Infine, il quarto livello di relazioni di pace è politico-istituzionale. La costruzione di esperienze come l’Unione europea e il suo progressivo incedere è l’unico antidoto alla degenerazione degli Stati nazione che ciclicamente riaccendono la loro hybris declinata da prediche sui fondamenti di un popolo e di un’identità che esistono solo nella loro forma retorica. Le costellazioni autenticamente sovranazionali, che alimentano l’incontro e quindi un’altra idea di identità, sono lo spavento degli Stati nazione – e di qualche vecchio professore – perché ne riducono, di passo in passo, l’esistenza. In Europa è su questa dialettica che decideremo il futuro.
L'editoriale
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Ci troviamo a fare i conti con la crescita della domanda di assistenza di lungo periodo, la persistente carenza di personale sanitario e sociosanitario, e l’aumento dei costi pubblici e privati per le cure. Tutto ciò in un contesto di profonde disuguaglianze territoriali