Il lutto

martedì 10 Febbraio, 2026

L’addio del Primiero a Ettore Turra, travolto da una valanga: «Ti cercheremo sulle montagne che ami»

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A Tonadico l'ultimo saluto al quarantenne, padre di due figli

Il saluto degli amici scialpinisti alla fine del rito funebre rimarrà impresso nella memoria di chi ieri pomeriggio ha affollato il sagrato e riempito la piccola chiesa di Tonadico. Due file ordinate, gli sci con le punte che si sfioravano a disegnare un ultimo passaggio: sotto quel corridoio silenzioso è stato accompagnato Ettore Turra, 40 anni, nel suo ultimo viaggio. Un gesto nato dalla montagna e dalla condivisione, per dire addio a un amico che con loro aveva disegnato tante curve in neve fresca.

Il dramma si era consumato sabato scorso intorno alle 12.30, quando una valanga si è staccata lungo il canale della Forcella Ceremana, scendendo verso il lago di Paneveggio. Ettore era con tre amici usciti illesi; lui, invece, è rimasto sepolto sotto la coltre bianca per quaranta minuti e non ce l’ha fatta. Lascia Carolina e i due figli piccoli, Nicolò e Giacomo, il papà Carlo, ex agente della polizia locale di Primiero, e la mamma Paola, maestra.

I primi ad arrivare in chiesa sono stati i bambini delle scuole elementari. Hanno portato all’altare un mazzo di fiori. Impacciati nel gesto, aiutati dalla loro maestra, hanno maneggiato l’aspersorio con la serietà dei momenti importanti, in un rito per loro ancora sconosciuto, ma carico di significato.

Dopo di loro, un continuo cammino lento di persone ha riempito ogni spazio disponibile, tanto che all’inizio della celebrazione il flusso è stato fermato per permettere l’inizio della liturgia. «La nostra chiesa fa fatica a contenere tanto dolore, ma allo stesso tempo fa anche fatica a contenere l’immenso abbraccio che raggiunge te, Carolina, con Nicolò e Giacomo. A voi, Paola e Carlo, a te Francesca con Stefano, a tutti i parenti, agli amici, agli zii. È l’abbraccio che va dai piccoli della scuola ai grandi, alle associazioni presenti, che servite con tanto amore», ha esordito don Giuseppe Daprà.

Una celebrazione intensa, che ha cercato parole di speranza senza negare la ferita. Nel cuore dell’omelia, don Giuseppe ha richiamato l’immagine che aveva accompagnato anche il saluto iniziale: «Là dove le cime toccano le nuvole, dove il cielo e la terra si uniscono, dove l’anima è felice, è lì che ci troveremo ancora e ancora».

Rivolgendosi direttamente ai familiari, il parroco ha aggiunto: «Vorrei, a nome di tutti, sostare con rispetto e delicatezza sul tuo cuore, Carolina, perché tu ne faccia dono ai vostri piccoli Nicolò e Giacomo. Come sul volto di Carlo e Paola, di Francesca, di tutti i famigliari».

E ancora: «È qui. E con Ettore possiate mettere in circolo la vita. La speranza della fede non nega il dolore, ma non gli consegna l’ultima parola». Un passaggio che ha trovato ascolto in una chiesa colma, attraversata da lacrime silenziose.

«È nell’amore, che da oggi in poi possiamo trovare Ettore», ha proseguito don Giuseppe. «Lo vedremo soprattutto negli occhi di Nicolò e Giacomo. I loro occhi sono oggi più che mai la bussola, la stella, la forza, la ragione necessaria per continuare il cammino».

Non sono mancate parole di verità, anche nel riconoscere l’impotenza di fronte a una tragedia così grande. «Da soli non si regge un dolore simile», ha detto il parroco. «Ecco perché, con rispetto, accanto alle vostre famiglie, possiamo offrirvi le nostre spalle: quelle di tanti amici, della nostra comunità, dal nido alla scuola materna, alle elementari».

Infine, una confessione personale: «Come parroco, in questo tratto di strada, ho gridato più volte al Cielo come voi: perché? Com’è potuto accadere? Vorrei darvi una risposta, ma devo essere onesto nel dirvi che non ce l’ho. Però mi sento di condividere con voi la speranza: una speranza che non nega la morte che portiamo nel cuore, ma osa credere che la morte non è padrona. Ettore è nelle mani di Dio».

A chiudere il rito in chiesa, il saluto degli amici, letto in dialetto: «Abbiamo condiviso tanto assieme: fatiche, ma anche tante risate, sciate e momenti semplici che porteremo sempre con noi. Sorriso, buon cuore, faccia sempre tranquilla: un vero amico, sincero come la neve fresca che ti piaceva tanto». E ancora: «Continueremo a cercarti nei posti che amavi, nel rumore della neve sotto gli sci e nelle risate fra noi. Ciao Ettorin: fai un po’ di curve lassù, ma di quelle belle, come sapevi fare tu».