La storia

domenica 8 Febbraio, 2026

«Il rifugio deve restare rifugio: qualità e semplicità»: Michela Foresti e l’eredità della Val di Fumo

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A 30 anni, la giovane di Bolbeno raccoglie il testimone della famiglia Mosca: «Il mio stile? Quello che ho imparato dai vecchi gestori. Insegnerò agli escursionisti il valore delle cose autentiche»

Il rifugio deve rimanere rifugio: semplicità accompagnata dalla qualità. Questo è quello che ho imparato dalla famiglia Mosca, questo è lo stile che voglio portare avanti». Idee chiare, tanto entusiasmo: «Con le emozioni io sono un libro aperto», confessa Michela Foresti.
Trent’anni, nata e cresciuta a Bolbeno, tra pochi mesi prenderà in mano le redini del Rifugio Val di Fumo, una delle strutture di montagna targate Sat più note e frequentate del Trentino. Un’eredità «pesante» dopo la lunghissima gestione della famiglia Mosca. Immersa in un ambiente cristallino, con il brusio del Chiese ad accompagnare il sentiero di avvicinamento, il Rifugio Val di Fumo è in una delle aree più suggestive e più accessibili, con tutti i pro e i contro che queste caratteristiche comportano nell’era del turismo di massa.
Per Michela un’avventura relativamente nuova – ha alle spalle quattro stagioni nella valle nel cuore dell’Adamello – che condividerà con il compagno, Emanuele Bertò, aspirante guida alpina originaria di Spormaggiore.

Michela, quella della rifugista è una scelta forte.
«Sono di Bolbeno, la montagna è il luogo dove vivo e che vivo. Le prime sciate nel mio paese, le salite a malga Meda, la corsa in montagna, un’infarinatura di alpinismo e falesia, tanto scialpinismo… Per divertimento, faccio un po’ di tutto e non fatico a trovare compagnia, visto che sono in tanti a condividere le mie passioni. Viviamo in un’isola felice, tutto a portata di mano».

Non casuale la scelta del liceo della montagna. E neppure il percorso universitario.
«Dopo il diploma al “Guetti” di Tione ho studiato Scienze motorie a Verona, mentre per la specialistica mi sono spostata a Rovereto, con la magistrale in Scienza dello sport e della prestazione fisica nello sport di montagna».

Nel pedigree anche insegnante di snowboard.
«Avevo 16 anni quando ho scelto e andava di moda quello».

E poi la corsa in montagna
«Autodidatta. Qualche volta sono anche salita sul podio. Gareggio prevalentemente in Trentino, lavoro sempre e non posso muovermi troppo».

La montagna è un’eredità familiare?
«I miei sono grandi camminatori. E mio padre un vero tuttofare».

La prima stagione in rifugio?
«Avevo 20 anni, in val di Fumo. Poi sono stata al Lago di Nambino, a Malcesine, in un bicigrill…»

Scelte lontane dal suo percorso di studi.
«Qui viviamo di turismo. Ma no, non è vero: al di fuori dei mesi estivi insegno snowboard, tengo corsi di ginnastica, ho fatto l’insegnante a scuola. In linea con la mia formazione».

Il rifugio Val di Fumo è uno scenario meraviglioso, ma anche uno dei più frequentati.
«Vero. Ma al di fuori delle ore di maggior afflusso, o frequentando la valle oltre il rifugio, si può vivere un clima davvero diverso».

Cosa rappresenta per lei il rifugio Val di Fumo?
«Una seconda casa. Il luogo dove il gestore mi ha trasmesso dei valori. Un posto dove si lavora sodo, di giorno non c’è tregua: ogni tanto uscivo 10 secondi e vedevo i volti felici degli ospiti. Poi la sera, quando tutti andavano via, mi dedicavo agli allenamenti di corsa in montagna. Il gestore mi obbligava a spiegargli il mio percorso, perché lassù i telefoni non prendono: “Se fra un’ora e mezza non ti vedo, vengo a cercarti”, mi diceva».

Oggi c’è un grande dibattito attorno ai rifugi di montagna, alle richieste sempre più «da città» dei frequentatori. Lei quale impronta intende dare?
«Voglio seguire la linea della gestione precedente. Il rifugio deve rimanere, appunto, “rifugio”. Pochi piatti, qualità, lavoro di squadra. Dobbiamo far capire agli ospiti che si devono accontentare. Qui non c’è teleferica, i carichi si fanno con l’elicottero (che, a parte i costi, inquina) e le cose fresche si portano a piedi: gli ultimi 2 chilometri abbondanti non si possono percorrere con mezzi, quindi gli approvvigionamenti arrivano letteralmente a spalla».

Il gestore può «educare» chi frequenta il rifugio?
«Abbiamo il compito spiegare cos’è davvero la vita nel rifugio, che si deve dare valore a quello che si trova. E poi il gestore deve anche saper ascoltare gli ospiti, perché hanno sempre qualcosa da raccontare. Ecco, questo è uno spazio che si riesce a ricavare soprattutto la sera, quando è più tranquillo».

Si è confrontata con altri rifugisti in vista di questa nuova esperienza?
«Sì, anche con ex. Ho trovato molta disponibilità. E poi sono amica di Carmela Caola del Segantini».

Non sarà sola in questa avventura.
«Ci sarà il mio compagno, Emanuele Bertò, con il quale condividiamo le stesse passioni e insieme abbiamo deciso di intraprendere questa strada. E ci saranno anche i genitori a darmi una mano»