domenica 15 Gennaio, 2023
Il generale Vincenzo Camporini: «L’Italia resterà accanto a Kiev»
di Davide Orsato
Il già capo di stato maggiore dell’Aeronautica, domani ospite in municipio per l'appuntamento «L’Ucraina e noi». «Dalla tregua di Natale ai recenti annunci di conquiste tanta propaganda, ma le operazioni sul campo sono ferme»
È inverno e la fertile terra d’Ucraina è dura e gelata. Le forniture rallentano, ma le notizie dal fronte continuano a susseguirsi ed è un’impresa distinguere la propaganda dalla realtà. Avanzano i russi? Soledar, reclamata da Mosca in queste ore è davvero uno snodo cruciale? Entrerà in guerra la Bielorussia? Putin verrà mai messo in discussione, o sono solo speranze «occidentali»? Pochissime certezze e la sensazione che la guerra, iniziata meno di undici mesi fa, stia andando aventi da un tempo indefinito.
Il generale Vincenzo Camporini, pilota cresciuto al terzo storma di Villafranca di Verona, quindi capo di stato maggiore dell’Aeronautica militare fino al 2008 è uno degli analisti che, fin dall’inizio del conflitto, il 24 febbraio 2021, ha seguito le implicazioni dell’«operazione militare speciale», come è stata chiamata a Mosca l’invasione dell’Ucraina. E non ne ha mai sottovalutato la ferocia, paventando anche un possibile uso dell’atomica. Ne parlerà domani sera a Trento, in sala Falconetto, assieme a Mario Raffaelli, già sottosegretario agli esteri negli anni ‘80 e ora segretario per il Trentino di Azione. L’appuntamento, dal titolo «L’Ucraina e noi» si propone di fare il punto sulla situazione attuale del conflitto ed è a ingresso gratuito, a partire dalle 20.30.
Generale, partendo proprio dagli «aggiornamenti sul campo», in queste ore si parla della possibile presa di Soledar, piccola cittadina dell’oblast di Donec’k. È una vicenda che potrebbe influenzare la guerra o sta venendo ingigantita?
«Dal punto di vista della strategia militare in senso stretto non c’è un gran significato in questo piccolo centro. Si tratta di un fatto simbolico, i russi vogliono far passare l’idea che l’iniziativa è nelle loro mani. Ma c’è un altro aspetto interessane: a operare sono le milizie del gruppo Wagner. Che sono alternative, se forse addirittura non antagoniste all’esercito regolare russo. E questo forse spiega anche la mossa di fare del capo di stato maggiore Gerasimov, il comandante delle truppe in Ucraina».
Una possibile «svolta» potrà arrivare in primavera?
«La condizione climatica sta bloccando le operazioni. Basti pensare che nelle ultime tre settimane l’artiglieria russa ha ridotto del 75 per cento il suo fuoco perché non riesce a far affluire i suoi pezzi in prima linea. Quindi è verosimile che per novità, in ogni senso, sarà necessario aspettare la primavera inoltrata».
Una settimana fa, in occasione del Natale ortodosso, Putin aveva indetto una tregua. Si è capito se anche quanto sincera fosse l’intenzione?
«La tregua non c’è stata: i combattimenti sono proseguiti e ognuno dei due fronti sta cercando di scaricare la responsabilità sull’altro. La mia lettura è che sia stato un tentativo di Putin di accattivarsi il clero ortodosso, del cui sostegno ha disperatamente bisogno».
È ritornato il dibattito sull’impegno italiano a fianco dell’Ucraina. Il governo Draghi non ha avuto esitazione. La premier Giorgia Meloni ha sempre fatto dichiarazioni favorevoli a Kiev, ma non tutti gli alleati di centrodestra sono convinti. C’è la possibilità che l’Italia si sfili?
«Sono convinto che questo governo continuerà in ottica di assoluta coerenza con quanto fatto nel passato. Il primo ministro Meloni ha ripetuto nel modo più categorico le decisioni prese nell’ambito dell’alleanza atlantico. C’è un altro problema, quello della disponibilità dei mezzi. Un esempio arriva dalle batterie di contraerea (le Samp/T, ndr). Il problema è che l’Italia ne ha a disposizione solo tre, e perdere un terzo della capacità di difesa in questo ambito non è una decisione facile.
Lei ha scritto un libro, «Disarmo», in cui dialoga con esponenti del mondo pacifista. Quella di un mondo «meno armato» è uno scenario che si sta allontanando?
«Sì. Lo spartiacque è stato il 2014. Prima c’era una diffusa speranza che ci sarebbe stato un futuro che bandisse l’uso della forza militare. Oggi domina la linea che, se si vuole la pace, occorre avere anche la possibilità di scoraggiare chiunque possa essere tentato da «avventure militare». Le aggressioni non sono più solamente teoriche, ma concrete. E non si tratta solo della Russia, basti vedere quello che sta facendo il Giappone, che ormai spendere più del due per cento del suo Pil in difesa.
La domanda più difficile: quando finirà la guerra?
«Ho già formulato diverse ipotesi e sono sempre stato smentito. Ora mi limito a rilevare che, da un lato, la Russia smania per il riconoscimento delle conquiste militare in Donbass, mentre l’Ucraina non ha intenzione di disconoscere nessun pezzo del suo territorio. Quindi siamo lontanissimi da ogni possibilità concreta di negoziato».
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