L'evento

venerdì 27 Febbraio, 2026

Giovannini, Anesi e le gioie olimpiche: «Eravamo sicuri della medaglia nell’inseguimento a squadre, ma che rammarico per il bronzo…»

di

I due campioni olimpici ospiti nella nuova sala eventi del T Quotidiano: «Gareggiare in casa è unico e spinge a dare il meglio, ma per il pattinaggio rimarrà poco»

Una serata all’insegna delle emozioni che solo lo sport e le Olimpiadi sanno trasmettere. Ospitati nella nuova sala eventi alla redazione del T Quotidiano, i due pattinatori e campioni olimpici pinetani Matteo Anesi (oro a Torino 2006 e oggi allenatore della nazionale) e Andrea Giovannini (oro e bronzo a Milano-Cortina) hanno incontrato i loro tifosi e, intervistati dal giornalista Angelo Zambotti, hanno ripercorso fra aneddoti e opinioni i loro successi e le emozioni provate durante questa edizione dei Giochi “in casa”.

Nella sua storia, l’Italia ha vinto due volte la prova dell’inseguimento a squadre alle Olimpiadi: a Torino nel 2006 e quest’anno. È un caso?

Anesi: «Direi di no. In entrambe le occasioni, Coni e Federazione hanno permesso di arrivare a questi appuntamenti con un quadriennio di preparazione all’avanguardia: tradotto, significa più budget messo a disposizione delle squadre. Quando gareggi in casa vuoi fare bella figura, vale sia per le istituzioni sia per gli atleti che magari pensano anche di “allungare” le loro carriere per arrivare a giocare un Olimpiade davanti ai propri tifosi».

Giovannini: «Sì, in questi quattro anni ci sono state possibilità maggiori per noi atleti rispetto agli anni scorsi. Alla mia prima olimpiade nel 2014 in squadra eravamo quattro, per questi Giochi abbiamo affrontato la preparazione anche in gruppi di dieci. Ed è anche vero che senza la possibilità di gareggiare in casa avrei potuto ritirarmi dopo Pechino 2022, visto che in questi quattro anni sono anche diventato papà: volevo questa medaglia a tutti i costi, certo ho dovuto fare dei sacrifici come vedere i primi passi di mio figlio in videochiamata perché ero impegnato negli allenamenti. Ma questi risultati mi ripagano di tutto».

Da pinetani c’è stato del rimpianto da parte vostra per la mancata possibilità di gareggiare veramente “in casa”?

Anesi: «Direi fino a un certo punto. Quando nel 2019 vennero assegnati i Giochi a Milano-Cortina la più grande gioia per me era l’eredità che avrebbero lasciato sul territorio. Ma per il pattinaggio di velocità alla fine rimarrà pochissimo, con le strutture che di fatto diventeranno solo location di concerti. Questo, per me, è il vero rimpianto».

Partiamo dal bronzo vinto nella mass start. Cosa è successo durante la finale, quando Bergsma e Thorup sono scappati senza nessuno che li inseguisse?

Giovannini: «In quei giri succede davvero di tutto, ci si parla anche fra atleti, ma paradossalmente non lo abbiamo fatto durante la loro fuga in finale. Noi del gruppo rimasto staccato siamo stati dei polli: quando ci siamo resi conto di cosa stava succedendo, il danno era già fatto. Sono comunque molto contento del bronzo, ma c’è del rammarico: secondo me erano entrambi battibili. Non ho nemmeno voluto rivedere quella gara, una cosa che di solito faccio sempre a prescindere dal risultato, perché mi fa male».

Anesi: «Ero “nero” dopo quella gara: Andrea era il più forte e lo aveva dimostrato nelle semifinali. La mass start è una gara di strategia: Bergsma e Thorup sono partiti praticamente senza nemmeno scattare, ma tutti gli altri sono stati solo a guardare per paura di sprecare energie e così il divario è diventato impossibile da recuperare».

È andata meglio invece come detto nell’inseguimento a squadre, con l’oro e la celebrazione “alla Stephen Curry” sul traguardo…

Giovannini: «Sono sempre stato un appassionato di basket e un enorme fan di LeBron James, ma allo stesso tempo ho sempre ammirato il modo in cui Curry gestisce la pressione nei momenti decisivi. Qualche giorno prima della gara, quando la tensione iniziava a sentirsi, ero in camera con Francesco Betti, e mi è capitato di rivedere il video della semifinale di Parigi fra Stati Uniti e Serbia, quando Steph decise la volata finale con le sue triple. Allora l’ho promesso a Francesco: “Se vinco faccio la sua esultanza”. Fortunatamente negli ultimi giri si è capito che avremmo vinto, e così ho avuto la lucidità per ricordarmelo».

Quanto è stata intensa la preparazione per arrivare a questo risultato?

Giovannini: «Puntavamo veramente tanto sull’inseguimento a squadre. Erano un po’ di anni che “le prendevamo”, soprattutto dagli americani. Direi che il lavoro fatto ha pagato…»

Anesi: «Quando amici o conoscenti mi chiedevano per quale giorno e quale gara valesse la pena prendere i biglietti, la mia risposta era sempre il 17 febbraio. Ero sicuro che saremmo andati a medaglia: la squadra era una macchina, un vagone unico, un gruppo talmente coeso ed efficiente che con l’allenatore Maurizio Marchetto per non rischiare di “intaccarlo” abbiamo lasciato fuori un pattinatore fortissimo e in forma come Riccardo Lorello».

Avete fatto anche da spettatori ad altre gare durante i Giochi?

Anesi: «Io di nascosto il 4 febbraio sono andato a vedere l’Inter che giocava in Coppa Italia… ma mi ero dimenticato si giocasse a Monza: sono arrivato a San Siro, dove ovviamente erano in corso le prove per la cerimonia di inaugurazione, ho sentito una musica “strana” e mi sono ricordato che non si giocava lì. Comunque ho fatto in tempo a vederla… poi sono andate a guardare anche lo short track.

Giovannini: «Anch’io in realtà ne ho approfittato per andare a vedere il Milan, ma non ho portato fortuna».

Andrea, ti sei avvicinato a questa disciplina guardando le gare di Matteo?

Giovannini: «Sicuramente è stato di ispirazione: guardai la sua vittoria a Torino con i miei compagni prima di un allenamento, fu un momento molto emozionante. Il mio sogno è anche questo, che qualche ragazzo si sia innamorato di questo sport anche grazie a questa Olimpiade. Sui social mi sono già arrivati messaggi di genitori che mi chiedono dove si può provare o come far cominciare i bambini, questo mi rende davvero felice».

Anesi: «La Federazione vuole vincere delle medaglie in primis per questo motivo, per avere nuovi tesserati. Per me la fonte di ispirazione è stato Roberto Sighel, ricordo la festa che venne fatta al suo ritorno».