L'intervista
domenica 14 Dicembre, 2025
Ghedina e quei ricordi olimpici. «A Torino scappai, c’era troppa pressione. Ora attendo Paris»
di Angelo Zambotti
Il totem della velocità e la «sua» Cortina. Il discesista sulle Olimpiadi invernali 2026: «Si avvicina un evento che lascerà il segno»
Dici discesa libera e – almeno in Italia – pensi a Kristian Ghedina. E non solo per il palmares, condito da 3 medaglie mondiali, 13 vittorie in Coppa del Mondo e altri 20 podi nel massimo circuito dello sci alpino. Carisma, stile spericolato, carattere verace che lo ha sempre portato a non avventurarsi mai in molti giri di parole, il classe 1969 di Cortina è un’autentica icona, anche se sono passati quasi 16 anni dal suo ritiro dalle competizioni. Con Ghedina si può parlare davvero di tutto e a forza di aneddoti si potrebbe tirare notte fonda, ma prima di sedersi al tavolo bisogna appuntarsi una cosa: con lui la parola Olimpiadi non farà mai rima con magia.
Ghedina, tra lei e i Giochi il rapporto è sempre stato un po’ complesso…
«Io ero un animale da gara, a me è sempre piaciuta la competizione, qualsiasi essa sia. Questione di carattere, ad esempio mio padre ha sempre sentito molto questo appuntamento, io molto meno, anzi forse ricordo più le complicazioni rispetto alle emozioni».
Partiamo dall’esordio di Albertville, nel 1992.
«Ricordo benissimo quanto mi pesava il dover portare sempre con sé, a ogni spostamento, il tesserino identificativo. Per me era una sorta di perdita d’identità, in quelle occasioni sembra quasi di diventare uno strumento a disposizione del sistema».
Sono arrivate poi Lillehammer, Nagano e Salt Lake City.
«In America non mi piaceva la pista, quindi presi un volo per Los Angeles per staccare. E sapete cosa è successo, che al rientro in Norvegia feci podio: ecco quel che significa la testa…».
Poi eccoci al 2006, con gli attesissimi Giochi di Torino.
«Sì, quelli in cui sono praticamente scappato. Anche se ai Giochi non avevo mai fatto bene, speravo in una chiusura col botto in Italia. Però la pressione mi ha devastato, ero prigioniero di turisti, addetti ai lavori, tifosi, curiosi. Poi sono scoppiato. Tutto è iniziato perché avevo dimenticato una cosa banale, il dentifricio, quindi ebbi la grande idea di scendere per andare a comprarlo: ci ho messo una vita nel passare tra la gente, per me quello significava perdere tempo perché non stavo rispettando i miei programmi mentali in ottica gara, ero furibondo. Il giorno dopo, entrando in zona piste, ci siamo ritrovati imbottigliati, non ero riuscito a fare tutto ciò che avevo in testa per via di un’ora e mezza di controlli. Poi la pista era totalmente diversa da quello che ci aspettavamo, da quello che avevamo visto nei giorni precedenti: tutto questo in Italia, quando magari ci si aspetterebbe un altro trattamento. Ero scarico già dopo la ricognizione, in prova sono sceso col freno tirato e ho preso 10 secondi, poi me ne sono andato a camminare, da solo e senza telefono, per sbollire la tensione: tutti mi cercavano, mio padre si era arrabbiato perché secondo lui stavo rovinando il nome che mi ero costruito in tanti anni».
Nemmeno altri particolari dei Giochi le hanno lasciato ricordi indelebili?
«A dire il vero no, anche perché noi discesisti di fatto non abbiamo mai partecipato alla cerimonia di apertura, perché impegnati nelle prove: per come concepivo io la vita da atleta era impossibile fare l’uno e l’altro».
Certo che queste del 2026 per lei sarebbero state veramente Olimpiadi di casa, anche se gli uomini si sfideranno a Bormio.
«Magari se Cortina avesse vinto quel ballottaggio con Albertville, avrei gareggiato sulla porta di casa…».
Se vede i cinque cerchi, che personaggio le viene in mente?
«Beh, Alberto (Tomba, tre volte oro tra Calgary e Lillehammer, ndr). O Toni Sailer, che vinse tutto a Cortina: una storia mitica quella della gara di gigante, si svegliò tardi e ormai tutti erano andati, gli diedero un passaggio quelli del bob e poi vinse, pazzesco».
Torniamo all’oggi, com’è l’atmosfera a Cortina? Manca davvero poco.
«Da mesi Cortina è un cantiere a cielo aperto: gru ovunque, hotel e case in ristrutturazione, strade rifatte. La viabilità è quella che è, quindi c’è un po’ di confusione, ma è un fermento positivo. Tutti stanno correndo per essere pronti: mi raccontavano di un albergo dove lavorano in duecento tra idraulici, elettricisti, falegnami per aprire entro Natale. È la dimostrazione della voglia di esserci. Certo, ci sono disagi, ma alla fine tutto questo rimarrà al territorio. Strade migliori, nuovi parcheggi, strutture rinnovate. Solo grazie all’Olimpiade Cortina avrà 12-13 hotel a cinque stelle. Questo deve lasciare in eredità un grande evento».
Quali gare seguirà?
«A Cortina avremo cinque specialità e spero di vederle un po’ tutte, anche se avrò molti impegni. Ovviamente il clou per me è la discesa libera femminile. Poi bob, skeleton, slittino e il curling, dove abbiamo la nostra Stefania Costantini insieme al vostro Amos Mosaner, campioni in carica. Il curling mi piace molto: è strategia pura, l’opposto della mia discesa libera dove ti butti giù a tutta e in pochi secondi hai finito. Mi piacerebbe anche vedere l’hockey, che a Cortina ha una grande storia, ma sarà a Milano. Cercherò di venire anche in Trentino, se riesco, e magari a Bormio per la discesa maschile».
Un pronostico sulle gare?
«Innanzitutto mi auguro che Federica (Brignone, ndr) riesca ad esserci e che sia motivata e abbia il potenziale per arrivare a medaglia. Lei è la prima a non accettare di non essere competitiva, se non lo sarà, credo che non gareggerà. Tornare da un infortunio del genere non è facile, lei ha fatto tutto al meglio, ma ogni corpo reagisce a modo suo. Goggia è l’altro nostro punto di forza della squadra. Credo in Paris sia per la discesa che per il super gigante. Mi auguro che anche Casse faccia bene. Poi l’augurio è che arrivi l’exploit da qualche outsider della squadra azzurra. Sarebbe un classico, l’atleta che arriva all’Olimpiade a fari spenti e che essendo più libero mentalmente fa la prestazione da medaglia, mentre i leader della squadra devono stare attenti alla pressione che può giocarti contro. Ecco tra gli outsider, visto che siamo in Trentino, dico che la rendenese Pirovano può fare bene».
Paris come lo vede?
«Si allena con Ghidoni, che è stato anche il mio allenatore. Ci ho parlato: è motivato, sta bene, ha ritrovato la quadra con gli sci e soprattutto con gli scarponi. E lì non si scherza: se non hai fiducia nello scarpone, quel tarlo ti mangia dentro. Mi piace Paris: è forte, determinato, parla poco e fa parlare le piste. E la Stelvio è la “sua” pista: fisica, dura, disegnata per uno come lui. Se arriva in forma, può essere l’uomo da battere».
Una curiosità, a che età un ragazzo decide di fare il discesista?
«Difficile dirlo. A me è sempre piaciuto andare veloce e fare i salti, da ragazzi disertavamo gli allenamenti per divertirci per gli affari nostri: lì uno che è portato si vede. La scelta a dire il vero non l’ho fatta io, ha inciso la federazione: pur avendo vinto un gigante poi sono andato tra i velocisti saltando la squadra C polivalente. Ad esempio Tomba dopo una caduta in Val d’Isere non ne ha più voluto sapere della discesa, non l’aveva nelle corde. E sapete cosa vi dico, anche se Alberto si arrabbierebbe nel sentirmi? Che uno slalomista di oggi in una sola manche darebbe 5” a Tomba, è cambiato tutto dai nostri tempi…».
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