La storia

martedì 15 Luglio, 2025

Contro lo spopolamento si cercano nomadi digitali per rivitalizzare la Val di Ledro. La coop Sole: «Selezioniamo tre profili lavorativi»

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Il progetto Rare (Remote areas revitalization through digital engagement) presentato due giorni fa al Festival del turismo responsabile. Ilaria Rinaldi: «Così sosteniamo le comunità»

«È necessario puntare su comunicazione, sensibilizzazione e sul coinvolgimento delle comunità per creare un’offerta turistica sempre più partecipata che valorizzi il territorio dal punto di vista ambientale e umano», dice Ilaria Rinaldi, project manager della cooperativa Sole, partner del progetto Rare, presentato due giorni fa al Festival del turismo responsabile a Ledro.
Cos’è Rare?
«Il progetto Rare (Remote areas revitalization through digital engagement), cioè “rivitalizzazione delle aree rurali attraverso l’innovazione digitale”, è nato dalla collaborazione tra partner italiani, come noi della cooperativa Sole ed europei e si svolge in sei paesi: Italia, Spagna, Croazia, Lettonia, Estonia e Germania. Il progetto durerà due anni con l’obiettivo di aiutare alcune comunità che hanno più o meno gli stessi bisogni e vivono lo spopolamento e il declino economico causato dall’essere zone periferiche. Ci si è chiesti come si potrebbe intervenire. Le aree rurali vivono queste situazioni, ma allo stesso tempo sono ricche e profondamente radicate al territorio, quindi è possibile progettare azioni rigenerative. Il nomadismo digitale, già in forte crescita nel contesto europeo, potrebbe essere utilizzato e rivisto nelle località in questione per attrarre nuovi lavoratori e dare un boost alla propria economia».
In che modo Rare si inserisce nel contesto del turismo responsabile?
«Una delle cose più importanti è il coinvolgimento della comunità. Quando si parla di nomadismo digitale si pensa a una persona che si sposta, lavora con internet e una volta finito può uscire e godersi il posto in cui si trova. Nel momento in cui le persone finiscono di lavorare diventano semplicemente turisti di quel luogo. Rare vuole essere molto legato alla comunità e capire quali sono i suoi veri bisogni. In questo modo il nomade digitale potrà entrare in contatto con la comunità per viverla davvero, trasformandosi in un turista responsabile. Potrà inoltre offrire le proprie capacità alla realtà ospitante, diventandone parte integrante, aiutandola nello sviluppo di soluzioni per soddisfare diversi bisogni. Da un lato sono importanti le necessità della comunità, ma lo sono anche quelle del nomade digitale. Abbiamo già fatto alcuni incontri con gli abitanti della Val di Ledro in modo da poter lavorare con loro, capire cosa si immaginano per il futuro e stabilire quali sono le figure professionali che si adattano di più alla realtà ospitante. L’autunno prossimo ci sarà la parte residenziale, verranno cioè decisi i tre profili lavorativi di nomadi digitali con capacità che potrebbero interessare al territorio e tre di loro verranno accolti in valle. Verrà creato un sistema di abbinamento, una piattaforma in cui i nomadi digitali potranno rispondere agli “annunci” e spostarsi per un periodo a lavorare in una determinata zona. Il loro tempo di permanenza sul territorio verrà stabilito con la popolazione durante dei laboratori in base alle diverse necessità».
Qual è stata la risposta della popolazione?
«L’apporto della comunità per noi è fondamentale. La risposta è stata molto buona. Durante gli incontri con la popolazione c’è stato uno scambio importante. C’è stato talmente tanto dibattito che il tempo non è bastato e il confronto è proseguito anche tramite mail. Hanno risposto tutti con entusiasmo, segnale che c’è interesse».
Come si può promuovere un turismo che valorizzi le aree remote senza snaturarle e rispettando l’ambiente?
«Credo che due elementi fondamentali siano sensibilizzazione e comunicazione. Far capire l’importanza dell’ambiente e della sostenibilità di comunità ed ecosistemi perché possano esistere anche in futuro. È possibile mostrare come si può vivere nelle comunità mantenendo un rapporto con la natura che sia di collaborazione e non di sfruttamento».
Cosa può trasmettere Rare al turismo tradizionale, in termini di relazione tra territorio, abitanti e turisti?
«Stimolare il territorio e le persone affinché abbraccino altre forme di turismo oltre a quelle a cui si è abituati. Perché il lavoratore da remoto che fa il nomade digitale è un turista, ma non il classico turista mordi e fuggi. Non limitare il concetto di una dicotomia: residenti e turisti che sembrano persone una opposta all’altra. Questa può essere una collaborazione, qualcosa di più, spero che Rare possa trasmettere una visione e delle sfumature diverse di turista, residente, del modo di lavorare e di approccio alla valle con una prospettiva futura più a lungo termine».