L'editoriale

sabato 28 Febbraio, 2026

Anatomia di Sinner

di

I giornali spagnoli hanno già celebrato il funerale sportivo di Jannik, ma non c'è nessuna crisi: gli obiettivi dichiarati sono Roland Garros e Wimbledon

I giornali spagnoli hanno già celebrato il funerale sportivo di Jannik Sinner. «È in crisi» hanno scritto dopo la sconfitta del fuoriclasse altoatesino a Doha contro Mensik, che segue quella contro Djokovic all’Australian Open. Lasciamoli pure sentenziare, ma riportiamo un po’ questa vicenda alla sua essenza. Ovviamente non c’è nessuna crisi, è già assurdo discuterne di fronte a un campionissimo di 24 anni che negli ultimi due (dal gennaio 2024) ha vinto 142 partite ufficiali su 154, conquistando 15 titoli (tra cui 4 Slam, 4 Master 1000, 2 Atp Finals, la Coppa Davis 2024), prima di essere sconfitto due volte negli ultimi quattro incontri. Del resto, ricordo cosa disse vent’anni fa Fabio Capello, all’epoca allenatore juventino, rispondendo allo stupore per le critiche ricevute dopo un Chievo-Juventus finito in parità: «Siamo talmente forti che qui ci criticano e si sorprendono se pareggiamo in casa di una squadra in zona Uefa» (quel Chievo di Pillon era forte e finì il campionato sesto in classifica).

Ecco, Sinner è talmente fenomenale che alziamo le antenne appena perde (di un filo) contro avversari forti. I due recenti ko infatti sono fisiologici e peraltro diversissimi tra loro. In Australia Sinner ha preso paga al quinto set da una leggenda come Djokovic, col serbo che quel giorno ha dato tutto ciò che gli è rimasto nel più classico canto del cigno. In Qatar, Sinner ha sbattuto su quel Mensik che a 20 anni è il più serio candidato a infilarsi nel duopolio tra Jannik e Alcaraz. Insomma, sono due incidenti di percorso comprensibili e legittimi. Contro Mensik inoltre Jannik era soprattutto scarico mentalmente, forse ancora non aveva smaltito le scorie della sconfitta con Djokovic, confermando in quel caso una sua tendenza: dopo sanguinose sconfitte (contro Nole era una semifinale Slam, persa al quinto set dopo 14 palle break sfumate), si ritrova in difficoltà nel torneo immediatamente successivo. Accadde anche ad Halle l’anno scorso, quando perse con Bublik dopo la memorabile e sfortunata finale del Roland Garros contro Alcaraz. In questo senso occorrerebbe finirla mediaticamente di relegare Sinner allo stereotipo del freddo altoatesino. Jannik è un ragazzo composto, educato, ma per nulla freddo, anzi. Sa gestire meglio di ogni suo collega l’emotività, ma questo non significa che quell’emotività non esista (e permetteteci di aggiungere: per fortuna!).

Poi c’è un altro aspetto. La sensazione è che Jannik non sia ancora al top fisicamente, il suo gioco è un filo meno aggressivo e profondo, ma ciò può essere anche figlio di una preparazione off season mirata a portarlo a splendere in primavera-estate. Si sa che i suoi obiettivi dichiarati di questo 2026 sono il Roland Garros e Wimbledon (e da italiano, «sul pezzo», anche gli Internazionali di Roma), che poi restano per ogni tennista i tornei più importanti dell’anno. Dunque, la crescita della performance atletica del numero 2 del mondo si potrà monitorare già a marzo, quando in calendario ci sono i Masters 1000 americani di Indian Wells (1-15) e Miami (16-29).

C’è infine una questione strutturale da risolvere. Le statistiche dicono che Sinner non ha mai vinto una partita sopra le quattro ore e ha perso cinque volte su undici al quinto set. Segno che alla distanza il giocatore cala fisicamente. Del resto il suo tennis è ontologicamente dispendioso, essendo l’azzurro un attaccante da fondo campo, sempre alla ricerca costante dell’accelerazione e della spinta sulla palla, con movimenti delle gambe e del corpo sempre al limite. Sinner negli anni è cresciuto nelle variazioni e nel gioco a rete, ha preso più confidenza con il servizio, ma quando la posta in palio si alza e il livello degli avversari cresce, il 70-80 per cento delle sue partite le costruisce su prolungati scambi dalla linea di fondo. Deve, perciò, crescere nella forza e nella resistenza sul lungo, e nel contempo sviluppare e perfezionare i gesti tecnici per efficaci piani B (leggi appunto servizio e variazioni), finalizzati a ridurre gli scambi e risparmiare energie. È il focus del lavoro che ha messo a terra con il coach Simone Vagnozzi e il fidato preparatore atletico Umberto Ferrara.