sabato 31 Gennaio, 2026

Maso Ginocchio, assolto l’innocente che aveva tentato il suicidio dopo l’arresto. L’avvocata: «Un dramma umano»

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La vittima dello stupro di gruppo aveva immediatamente indicato Kenneth Obasuyi come estraneo alla vicenda, ma ci sono voluti otto anni e una tragedia sfiorata per fare giustizia

La tempesta perfetta. Anno 2017, novembre, vigilia di un anno elettorale significativo, quello che poi porterà la Lega a fare il pieno di voti issando Maurizio Fugatti alla guida della Provincia. Una ragazza nigeriana stuprata, che accusa della violenza dei suoi connazionali. La politica si infiamma, la destra monta la polemica contro l’accoglienza, con la banalizzazione che quelli alla Fersina sono tutti delinquenti. Poco dopo la Questura convoca i giornali. Sulla lavagna alle spalle del dirigente della Polizia le foto segnaletiche, che saranno riportate poi sulle prime pagine della stampa: ecco i mostri. Ma uno di loro, dopo otto anni, è risultato innocente.

Bene, la giustizia ha trionfato. Ma Kenneth Obasuyi, questo il nome dell’allora poco più che ventenne, è stato in carcere per mesi, dove ha tentato anche il suicidio. Un atto che ha forse affrettato la richiesta della sua avvocata, Enrica Franzini, dell’incidente probatorio, quello del riconoscimento da parte della vittima dell’aggressore. Vittima che già nell’aprile 2018 aveva detto chiaramente che lui non c’entrava nulla, che non lo riconosceva come assalitore. Kenneth viene scarcerato, crede di poter tornare al suo lavoro, perché sì: lavorava al Simposio come aiuto cuoco. Credeva di poter tornare alla Residenza Brennero, dove aveva il suo letto perché richiedente asilo. Ma la politica, questa volta di centrosinistra, allora al governo del Trentino, aveva deciso per la sua espulsione: il governatore Rossi e l’assessore Zeni firmarono un comunicato congiunto: «La Provincia ha immediatamente revocato l’accoglienza ai richiedenti asilo accusati della violenza». E Kenneth è rimasto senza un lavoro e senza un letto. Da innocente, o comunque da presunto colpevole, quindi innocente fino a sentenza definitiva.

«Poi si è reinserito, e bene, perché Kenneth si fa voler bene da tutti», afferma la sua avvocata. «Io l’ho conosciuto all’ospedale, dopo il suo tentato suicidio. Non si fidava di nessuno, era in Italia da poco, parlava poco l’italiano. Sapeva di essere innocente, non capiva tutto quello che gli era accaduto. Ci è voluto tanto a stabilire un rapporto, ma poi ci siamo riusciti». Ora lavora: «Sempre nella ristorazione. Ha una sua famiglia, sta bene. Ma ha sofferto tanto».

Voleva questo Kenneth, un lavoro e una famiglia. E voleva stare bene. Ma un giorno sono piombati al Simposio gli agenti a prelevarlo: sono entrati in cucina, lo hanno ammanettato e con addosso il grembiule lo hanno portato in carcere. Il suo telefono risultata «agganciato» alla cella della zona di Maso Ginocchio, dove è avvenuta la violenza: altre centinaia di persone erano agganciate, ma lui era un immigrato, un richiedente asilo. Facile equazione. E ha una giacca blu, quella che la vittima ricorda che indossava uno degli assalitori. Giacca che avevano in dotazione tutti richiedenti asilo ospiti dell’accoglienza trentina. Poche prove, tanti dubbi. E nemmeno il mancato riconoscimento da parte della vittima è valso a scagionarlo subito. Poi tante lungaggini, il Covid, la difficoltà a formare il collegio giudicante. Otto anni. Con un tentato suicidio nel mezzo.

«Si è arrivati a lui per errore — dice ora la sua legale — perché in fase di indagine si cercava una persona, quella che tutti gli altri indagati chiamavano in correo. Gli inquirenti sottoposero alla vittima la foto di questo presunto correo, ma si confusero le foto». Non era quella giusta, e la donna non riconobbe l’altro assalitore. Ne mancava uno, e quindi si arrivò a Kenneth. Sbagliando obiettivo, però.
L’avvocata Enrica Franzini si è appassionata a questo caso: «Un dramma umano». E una brutta pagina della giustizia, della politica e anche della stampa.