L'editoriale

martedì 13 Gennaio, 2026

Acca Larentia: memoria e braccia tese

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Dai giovani aggrediti a bastonate mentre affiggevano manifesti agli spari alla sede della Cgil. Il ricordo della violenza che chiama altra violenza, che a sua volta ne richiama altra ancora

Il nuovo anno porta con sé le rituali schermaglie su via Acca Larentia. E quelle centinaia di braccia levate nel saluto romano, ancora una volta, cancellano il ricordo di quanto vorrebbero commemorare: l’uccisione di tre giovani militanti del Movimento sociale italiano, che lì aveva una sede. Due (Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta) morirono il 7 gennaio 1978, per mano di un commando di estrema sinistra mai identificato, il terzo (Stefano Recchioni) due giorni più tardi, dopo essere stato raggiunto da un colpo di pistola sparato dai carabinieri in seguito a scontri che subito si erano sviluppati sul luogo della tragedia tra giovani di destra e forze dell’ordine. La vicenda, dal punto di vista sia politico sia giudiziario, è tremendamente più complicata di come qui la si è sintetizzata. Basti dire che la denuncia contro i carabinieri venne non dal Movimento sociale bensì da Francesca Mambro, di lì a poco terrorista dei Nar.

Ma la sua rilevanza, appunto, ormai da anni è del tutto oscurata dalle polemiche che caratterizzano la commemorazione di quei tre ragazzi. Oggi il nodo riguarda quel saluto romano. Che avviene in un luogo che è pantheon della destra, nel senso più autentico del termine: «l’insieme degli dèi e dei personaggi mitologici venerati da un popolo, da una nazione», recita la Treccani.

Il «popolo» e la «nazione», beninteso, riguardano solo una sua parte, politicamente connotata, benché da tempo il Comune di Roma abbia manifestato l’intenzione di onorare in maniera condivisa la memoria delle vittime di Acca Larentia. Certo che farlo lì, dove dal 2017 sul selciato è stata tracciata un’immensa croce celtica visibile anche da Google Earth, e in quel modo, con il triplice grido del «presente!» e centinaia di neofascisti a braccio teso, non aiuta a rendere quel lutto patrimonio comune. Anzi, lo rende proprio indigeribile. E indipendentemente dalle identità delle vittime che quel «rito» dovrebbe commemorare.

Il nodo politico, oggi, sta tutto qui: nella repulsione che le adunanze di via Acca Larentia continuano, nonostante tutto, a provocare nella parte maggioritaria del corpo civile del «popolo», così come lo intenderebbe correttamente la Treccani. Una repulsione pre politica, che supera anche la pietà. E d’altra parte le immagini le abbiamo viste tutti. La memoria, per quanto in costante evaporazione, è uno strumento formidabile, si nutre di conoscenze e di rimandi: in questo caso corre al passato, ad altri raduni a braccio teso di cui la storia del Paese è ricca, dal regime fino a pochi decenni fa. Al fascismo e al neo fascismo. Anche al nazismo, certo. Tutta roba che la Repubblica ripudia, per dettato costituzionale. E che invece ogni anno il 7 gennaio si ripresenta.

Il resto ne è conseguenza. Dai giovani aggrediti a bastonate mentre affiggevano manifesti commemorativi, agli spari alla sede della Cgil. Il ricordo della violenza che chiama altra violenza, che a sua volta ne richiama altra ancora. Ha detto la presidente del Consiglio: «La violenza politica non deve tornare». Ed è difficile darle torto, non fosse altro perché l’Italia quella stagione la conosce bene avendola più volte vissuta, fin dai tempi dello squadrismo. Difficile invece dare ragione a chi in queste ore, come il presidente della commissione Cultura della Camera Federico Mollicone, ha definito la croce celtica simbolo non del fascismo, bensì «croce religiosa cattolica». E vabbè, questi sono, che altro volete pretendere?

C’è anche chi si è già lamentato dell’inevitabile intervento della magistratura, imbracciando una sentenza della Cassazione del 2024 relativa ad un’altra annosa commemorazione, quella di Sergio Ramelli a Milano. La questione è sottile. Il «presente!» e il saluto romano, infatti, per la Suprema Corte rientrano nel perimetro della «legge Scelba» quando idonei «ad attingere il concreto pericolo di riorganizzazione del disciolto partito fascista», mentre per integrare il delitto previsto dalla «legge Mancino» dipende da quanto tali commemorazioni si articolino in «manifestazioni esteriori proprie o usuali di organizzazioni, associazioni, movimenti o gruppi che hanno tra i propri scopi l’incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi».

Le modalità dei raduni per le vittime di Acca Larentia rientrano in questo perimetro? Sarà ora la magistratura a stabilirlo, quella stessa magistratura che, parole di venerdì della stessa presidente Meloni alla conferenza stampa di fine anno (anche questa volta slittata a gennaio, ormai è una regola), «rendono vano il lavoro del Parlamento, ma soprattutto quello delle forze dell’ordine». E vabbè bis. C’è comunque un punto fermo stabilito dalla Cassazione: l’esclusione cioè che «la caratteristica “commemorativa” della riunione possa rappresentare fattore di automatica insussistenza del reato». E decideranno, i magistrati, partendo peraltro da recenti provvedimenti relativi al 2024 e allo scorso anno: nel primo caso, la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per 31 estremisti di destra (il gip deciderà a febbraio), nel secondo siamo ancora in una fase di accertamenti.

Gli accusati, tra l’altro, sono tutti appartenenti a Casa Pound. La cui sede, oggetto da anni di occupazione illegittima, è sempre lì, a sfidare le istituzioni e le forze dell’ordine care alla presidente Meloni. Mentre altri centri sociali, di diverso colore politico (il Leoncavallo a Milano e Askatasuna a Torino), vengono regolarmente sgomberati dalle forze dell’ordine. Ma guarda.