PsicoT
lunedì 12 Gennaio, 2026
La perfezione che spaventa le ragazze, parla la counselor Beatrice Monticelli: «I modelli non devono essere corpi modificati, impariamo a sentirci abbastanza»»
di Stefania Santoni
«La voce interiore è spesso molto critica, poco indulgente, e alimenta un forte senso di inadeguatezza»
Care ragazze, cari ragazzi, che cosa succede quando crescere significa sentirsi sempre «non abbastanza»? In questa intervista la counselor Beatrice Monticelli ci accompagna a esplorare il mito della perfezione e il suo impatto, aiutandoci a riconoscere le voci interiori che giudicano e a immaginare strade più gentili e realistiche per stare con noi stesse.
Beatrice, in che modo il mito della perfezione incide oggi sulla costruzione dell’identità nelle adolescenti?
«Il mito della perfezione incide moltissimo sulla costruzione dell’identità perché propone un modello che, in realtà, non esiste. È un’idea astratta e irreale, ma la nostra mente spesso la vive come se fosse concreta e raggiungibile. Questo rende difficile distinguere tra ciò che è davvero possibile e ciò che non lo è, tra obiettivi adeguati e aspettative impossibili. Quando una ragazza cresce cercando di aderire a questi standard, finisce per misurare il proprio valore in base a qualcosa che non potrà mai raggiungere del tutto. La rincorsa alla perfezione porta così a un meccanismo di autosvalutazione: se non arrivo lì, allora vuol dire che non sono abbastanza. Ma “abbastanza” rispetto a cosa? Spesso rispetto a corpi modificati, volti filtrati, immagini costruite, oppure all’idea che si debba riuscire in tutto e subito, senza errori e senza tentativi. I social amplificano molto questo messaggio, facendo sembrare normale ciò che in realtà è eccezionale o addirittura finto. Quando questa voce interiore che dice “non sono abbastanza” diventa costante, finisce per incidere profondamente sul senso di sé. L’identità si costruisce allora non a partire da ciò che si è, ma da una continua sensazione di mancanza e di insufficienza. È in questo spazio che la stima di sé si indebolisce e diventa fragile, perché poggia su un confronto continuo con un ideale impossibile».
Quali segnali ti aiutano a riconoscerlo nel lavoro di ascolto?
«Questa pressione si traduce spesso in ansia costante, che può portare a rimandare le cose e a sentirsi bloccate. Diventa difficile riconoscere i propri bisogni e capire davvero che cosa ci piace, mentre cresce il controllo su se stesse e sulla propria vita. La voce interiore è spesso molto critica, poco indulgente, e alimenta un forte senso di inadeguatezza. Tutto viene vissuto come un “dover essere”, lasciando pochissimo spazio al piacere, alla leggerezza e a ciò che fa stare bene davvero».
Qual è il legame tra perfezionismo, autostima e regolazione emotiva nelle ragazze che incontri nel tuo percorso professionale?
«Il legame è molto stretto. Il perfezionismo agisce spesso attraverso il/la giudice interiore, quella vocina che controlla, rimprovera e giudica continuamente. Si nutre di emozioni come paura, vergogna e senso di colpa e, più queste emozioni vengono vissute, più questa voce diventa forte. Si crea così un circolo vizioso che limita la libertà, blocca e fa sentire sempre meno capaci di essere come si è».
Quali pratiche o narrazioni alternative possono aiutare le adolescenti a spostarsi dall’ideale di perfezione verso un rapporto più gentile e realistico con sé stesse?
«Le cose importanti da fare sono imparare a stare con le emozioni, senza scacciarle, per capire che messaggi portano con sé. Questo permette di riconoscere le narrazioni distorte che le attivano e di accorgersi che il giudice interiore è solo una parte di noi, non la verità assoluta. Quando impariamo a prenderne un po’ le distanze, possiamo iniziare a metterne in discussione le parole. Una piccola pratica concreta può essere tenere un diario degli insuccessi, chiedendosi cosa abbiamo imparato da ciascun errore, provando a perdonarci e a ringraziarci per ciò che quell’esperienza ci ha insegnato».