La storia
domenica 11 Gennaio, 2026
Rovereto, tra il settembre del 1944 e l’aprile del ’45 sulla città furono sganciati 4.799 ordigni
di Anna Maria Eccli
Maria Antonia Zanvettor, sopravvissuta: «Salvai il Bambinello, poi una bomba mi scaraventò in fondo al corridoio»
Rovereto fu un bersaglio frequente per i bombardamenti aerei durante l’ultima guerra: il passaggio delle arterie che portano al Brennero e la conformazione della valle la rendevano un obiettivo quasi “facile”.
La città assediata
Dopo L’8 settembre 1943 i raid aerei americani su Rovereto furono quasi giornalieri. Nell’archivio del Mitag, Museo Storico della Guerra, è conservato il Diario in cui la crocerossina Edi Savoia registrava con puntualità certosina gli allarmi che costringevano la popolazione a raggiungere, con il cuore in gola, il più vicino dei 16 rifugi antiaereo della città (antri scavati nella roccia (il più importante era quello sotto il Castello, in Piazza del Podestà, che attualmente ospita importanti pezzi d’artiglieria del Museo). Il direttore del Mitag, Museo Storico della Guerra, Francesco Frizzera, parla di Rovereto “città sotto assedio”: «Subì un numero di incursioni aeree e di bombardamenti nettamente superiore a Trento a causa della sua stessa configurazione urbana, di passaggio. La città si trovava al centro di una morsa: a Nord, lo scalo di Trento, a Sud i ponti di Verona e le installazioni di difesa Flak. Tra il 13 settembre 1944 e il 24 Aprile 1945 subì una pressione aerea costante, con 112 incursioni registrate che portarono allo sgancio di 4.799 bombe. Il solo 57th Bombardment Wing USA scaricò su Rovereto, tra novembre 1944 e aprile 1945, qualcosa come 1.067 tonnellate di bombe. La vita dei roveretani fu stravolta da un ritmo quotidiano scandito dal suono della sirena che spesso lasciava pochi minuti per raggiungere i rifugi. Ma sebbene il numero totale di vittime civili (64) possa sembrare inferiore rispetto a città come Trento (400) e Bolzano, l’impatto psicologico e la distruzione del tessuto edilizio furono immensi, con gran parte degli edifici situati in prossimità della ferrovia gravemente danneggiati o distrutti». Il Museo della Guerra conserva importanti fondi consultabili che testimoniano la suddivisione della città in settori di sicurezza delineati dal Comitato Comunale di Protezione Antiaerea, che operava secondo le rigide direttive tedesche dell’Operationszone Alpenvorland. Imprescindibili restano le ricerche condotte da Diego Leoni e Fabrizio Rasera per comprendere appieno una “Battaglia del Brennero” «trasformò una regione di montagna come la nostra in un fronte tecnologico avanzato – dice Frizzera – mentre la popolazione civile diventava vittima di una dottrina di guerra che considerava il blocco logistico più importante della salvaguardia dei centri abitati».
Gli errori
Una città sotto assedio la nostra a causa della sua stessa morfologia territoriale: collocata in una valle stretta era necessariamente caratterizzata da una concentrazione massiccia di bersagli strategici. Lo stesso bombardamento dell’ospedale di Rovereto di cui ci parla la signora Zanvettor, pur rientrando nella casistica degli errori, può essere considerato (e proprio sul finire della guerra) una sorta di fatalità inevitabile. Il corpo storico dell’Ospedale Civico era stato costruito nel 1889 all’interno del quartiere di Santa Maria ed era “intrinsecamente vulnerabile”, come dice Frizzera, proprio per la sua vicinanza a obiettivi militari critici. «Sebbene le convenzioni internazionali proteggessero gli ospedali, la precisione dei bombardamenti dell’epoca basata su appuntamenti visivi o radar primordiali portava spesso errori di centinaia di metri, specialmente in una valle soggetta a nebbie e turbolenze montane». Per quanto possa sembrare strano, visto il peso delle bombe impiegate, proprio il vento è stato una variabile vincente negli errori di sgancio: «Pensiamo anche a Trento, a Piazza della Portella – ci dice il ricercatore Ettore Zendri – le bombe arrivarono fino lì perché deviate dall’Ora del Garda». Tra le fatalità, anche se di altro tipo, rientra lo stesso tragico bombardamento di Sant’Ilario, del 13 settembre 1944: «Si tratta di un caso emblematico di come la popolazione civile fosse esposta a rischi non legati direttamente a obiettivi strategici – spiega Frizzera -In quella giornata un aereo alleato in avaria, impossibilitato a mantenere la rotta, decise di alleggerirsi scaricando quattro bombe sulla frazione. L’esplosione colpì i contadini intenti al lavoro nei campi e persone a passeggio, causando 18 morti in pochi istanti. Per la popolazione di Rovereto la tragedia di Sant’Ilario segnò l’inizio della fase più cruenta della guerra aerea, portando il terrore fuori dal centro cittadino direttamente nelle campagne». Va da sé che il nodo strategico degli interventi fosse sempre la stazione ferroviaria: «Era l’obiettivo principale per bombardieri medi come i B-25 Mitchell del 57º Bomb Wing. Le incursioni miravano non solo a interrompere i binari, ma a colpire i vagoni merci e le infrastrutture di smistamento». Dall’ottobre 1944 il traffico ferroviario subì una drastica riduzione; si passò da 53 treni al giorno a 6 nell’arco di sei mesi.
Gli attacchi più devastanti
«Il 31 gennaio 1945 Rovereto subì uno degli attacchi più devastanti alla sua rete ferroviaria. I documenti fotografici del periodo mostrano una stazione quasi completamente rasa al suolo, con crateri profondi che interrompevano la continuità dei binari e rendevano inutilizzabili le banchine di carico. Questo attacco faceva parte di una strategia coordinata per bloccare simultaneamente i nodi di Rovereto, Trento e Bressanone, impedendo ai tedeschi di spostare le riserve tattiche verso il fronte meridionale». Un altro evento di rilievo di cui ci parla Frizzera è la missione n. 829 del 4 Aprile 1945: «Mirava specificamente al ponte ferroviario di Rovereto. In questa operazione vennero impiegati 18 velivoli B-25 Mitchell, con bombe da 1000 libbre, supportati da aerei “anti-flak” che utilizzavano chaff, ovvero strisce di stagnola riflettenti e fosforo bianco per accecare i radar della contraerea tedesca posizionati sulle colline a Nord-Est della città.
Il racconto di una sopravvissuta
Era il 24 aprile 1945, giorno precedente la Liberazione, e per Maria Antonia Zanvettor, poche spanne d’altezza per nemmeno 10 anni d’età, stavano per finire i fatidici 40 giorni di ricovero ospedaliero previsti per curare la difterite, gravissima malattia batterica contagiosa che rappresentava una delle principali cause di mortalità infantile.
L’isolamento nell’Infettivo per Maria Antonia, nata il 28 ottobre 1934 a Clocchi di Trambileno, doveva interrompersi tragicamente, tra urla, macerie e morti: l’ospedale di Rovereto il 24 aprile 1945 è stato infatti colpito da un grappolo di bombe. Una vita intera non basterà a Maria Antonia per dimenticare il suono e l’odore della morte. Quando pochi mesi fa, nel luglio 2024, i missili russi colpirono l’ospedale pediatrico Okhmatdyt a Kyev questa signora, giunta in perfetta forma fisica e mentale a una bella età, vedendo le immagini in televisione è scoppiata in un pianto irrefrenabile. Un nero rigurgito di passato s’andava innestando su catastrofiche visioni del presente: «Non riuscivo più a lottare contro i singhiozzi che mi scuotevano il petto contro la mia volontà», dice. Nascevano da abissi per troppo tempo rimasti sigillati. I fantasmi del lontano ‘45 erano tornati e le ballavano attorno. Ecco come oggi racconta quanto le era accaduto da bimba:
«È passato tanto tempo, ma ricordo tutto, come fosse successo ieri. Avevo 9 anni e mezzo ed ero ricoverata nel reparto Infettivi dell’ospedale di Rovereto quando avvenne l’ultimo bombardamento di Rovereto. Una bomba cadde proprio sull’ospedale di Rovereto. Con me c’erano anche la mamma dell’ottico Preschern, una certa Francesca di Vallarsa e Giuseppina Bisoffi, del ’30. Anche quel giorno, come sempre quando suonava l’allarme, dalla casetta dell’Infettivo avremmo dovuto scendere nel piazzale prospiciente per poi essere condotti nei sotterranei dell’ospedale che fungevano da rifugio. Ma quella mattina suor Maria Luigia ci bloccò sul corridoio: “Fermi tutti, non possiamo uscire all’aperto perché i bombardieri sono già sopra di noi”, ci disse. Si sentiva forte, infatti, il rombo cupo degli aerei e quel suono tremendo mi rimbomba ancora nelle orecchie, non è mai passato. Fuori, sotto le grandi piante del piazzale era rimasto solo il guardiano. Lo sentimmo urlare “Aiuto, aiuto”, ma ormai non si poteva fare nulla. Una scheggia di bomba gli si conficcò in pancia. Quel giorno i morti furono nove. Sul corridoio del reparto in cui ero ricoverata, vicino a un misero armadietto delle medicine, poco rifornito, c’era un Gesù Bambino vestito di bianco, che teneva una colombina appoggiata sulle dita d’una mano. Io ero sempre in adorazione davanti a quel bambinello; passavo ore a contemplarlo. Quel giorno, mentre la vetrina stava per schiantarsi a terra, riuscii a prenderlo al volo e lo infilai sotto al cappottino giusto in tempo prima che lo spostamento d’aria causato dalla bomba mi scaraventasse in fondo al corridoio. Quando finì tutto lo consegnai alla suora e lei mi disse: “Vedi, Maria Antonia, tu hai salvato Gesù Bambino e Gesù Bambino ha salvato te”. Eravamo coperte entrambe dei calcinacci che continuavano a cadere da quanto era rimasto del soffitto. Eravamo intrappolate, non potevamo uscire perché le porte erano bloccate da tutto materiale caduto, ma eravamo vive. A me sembra di ricordare che fossero carabinieri i primi arrivati a soccorrerci; ci portarono fuori a fatica, prestando molta attenzione, il piazzale era tutta una buca, con pali divelti e fili elettrici sparsi ovunque. Eravamo tutti irriconoscibili, pieni di polvere e detriti, perfino mia sorella, accorsa a cercarmi, mi era passata accanto senza riconoscermi. Fui io a chiamarla. Ormai io ero prossima a essere dimessa dall’ospedale perché erano quasi trascorsi i 40 giorni previsti per curare la difterite, così fui mandata a casa subito, mentre gli altri ricoverati furono trasferiti a Noriglio dove avevano approntato un punto di raccolta sanitario. Ma non è tutto. Nei giorni successivi mio padre, che faceva il muratore, andò proprio a liberare il nosocomio dalle macerie e quando tornò a casa era stravolto: ci raccontò che proprio nella mia stanzetta era caduta una bomba rimasta inesplosa che ci avrebbe potuto fare tutti a pezzetti».
Quella bomba oggi la troviamo appollaiata su una roccia lungo il percorso d’accesso al MITAG, rabbiosa rivalsa nel suo essere inerme sulla follia d’uno zoo ancora in piena attività e la cui chiusura è troppo lontana dal poterla anche solo immaginare.