Cronaca

sabato 3 Gennaio, 2026

L’allarme degli assistenti sociali: «Decine di aggressioni anche in Trentino a danno degli operatori. Non ci si vergogna più ad essere violenti in caso di conflitto»

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Parla la presidente dell'ordine Cristina Malpaga: «Rapporti sociali deteriorati, vent'anni fa non succedeva»

La recente notizia di minacce ai danni di alcune assistenti sociali in Giudicarie ha portato alla luce una situazione di disagio di cui si parla poco. In Trentino, violenze e intimidazioni a danno degli operatori del sociale sembrano essere molto diffusi. Per comprendere le dimensioni e la natura del fenomeno abbiamo chiesto lumi a Cristina Malpaga, presidente dell’Ordine degli Assistenti Sociali del Trentino Alto Adige. Ne è uscito un quadro negativo, non solo a livello regionale.

Presidente Malpaga, in Trentino Alto Adige c’è un clima di intimidazione verso gli assistenti sociali?
«Il clima non è ottimale. Continuano ad arrivarci segnalazioni di situazioni di conflitto a danno dei nostri iscritti, da tutta la Regione. Ogni mese ci confrontiamo con colleghe e colleghi che si sono trovati loro malgrado a far fronte a situazioni di violenza. Direi che, volendo quantificare, si può parlare di una manciata di casi ogni mese, per tutto l’anno, senza distinzioni di genere».

Cosa si intende con violenza e come può fare un assistente sociale ad affrontarla?
«Quando parliamo di violenza intendiamo situazioni di conflitto aperto che possono andare da ingiurie e minacce fino ad aggressioni vere e proprie. Un collega che sia stato oggetto di manifestazioni aggressive può segnalare la cosa tramite un duplice canale. Informando il datore di lavoro e l’ordine, in maniera diretta, oppure tramite un form online, una modalità che porta a un colloquio e alla possibilità di sviluppare strategie e soluzioni per ridurre i rischi».

La situazione riguarda in special modo il Trentino Alto Adige?
«No. La tematica è nota e diffusa anche a livello italiano, tanto è vero che abbiamo linee guida nazionali che trattano la questione in maniera dettagliata. Nel nostro lavoro ormai si sviluppa la capacità di evitare situazioni a rischio e di prevedere le possibili cause che possono portare a un conflitto. Inoltre da alcuni anni a livello universitario sono stati inseriti corsi con focus specifici sulla gestione della violenza. Purtroppo noi assistenti sociali condividiamo la problematica con molti altri operatori del servizio pubblico, ad esempio infermieri e medici che si trovano spesso in situazioni simili».

Da dove nasce questo clima di conflittualità?
«Anche in una situazione sociale come quella del Trentino Alto Adige la violenza è sempre più tollerata, le situazioni di conflitto sono sempre più diffuse. Per quanto ci riguarda, in parte la ragione è da ricercarsi nelle problematiche legate alla natura delle persone con cui ci confrontiamo. Gestiamo situazioni di sofferenza psichica, contesti familiari difficili, dipendenze. Ambiti che, per loro natura, possono dare luogo a momenti di tensione e scontro. Poi c’è il tema della precarietà economica e lavorativa. Tante persone ormai arrivano da noi con aspettative di risposta definitiva ai loro problemi. Quando diventa chiaro che non siamo in grado di risolvere tutto si generano delusione e a volte anche risposte violente».

Si tratta di questioni che sono sempre esistite?
«Non nei termini attuali. Oggi l’assistente sociale viene formato a gestire situazioni di violenza, cosa che non accadeva vent’anni fa, perché il problema non era presente nelle stesse forme. La questione è legata a un deterioramento generale dei rapporti sociali. Sempre più spesso le situazioni sociali generali sono violente. Ciò si vede nello sport, in ambito lavorativo, persino alla guida. Una volta il servizio pubblico era percepito come un contesto contenitivo, ovvero, trovarsi in un ambito pubblico induceva a contenere i propri istinti, anche per paura dello stigma che una reazione violenta avrebbe generato. Negli ultimi anni questi meccanismi di contenimento stanno saltando e molte persone si sentono in diritto di agire in maniera minacciosa e violenta nei confronti del prossimo».

Come si può far fronte a questo clima di violenza?
«Gli assistenti sociali sono operatori di frontiera che lavorano a diretto contatto con persone vulnerabili. Proprio questa vulnerabilità può portarle a cercare di ottenere ciò che vogliono anche tramite strategie violente. Ovviamente esistono contesti lavorativi maggiormente rischiosi. Sedi locali non pienamente sicure, situazioni di lavoro in solitaria, confronti con utenti molto problematici. Per proteggere i nostri operatori vengono messe in atto soluzioni tecniche, come l’utilizzo di telecamere, di stanze filtro e, in alcuni casi, anche svolgendo i colloqui alla presenza delle forze dell’ordine».