L'evento
venerdì 16 Ottobre, 2026
«Nulla è più necessario dell’inutile»: il calcio raccontato da Martinelli incontra la poesia. La felicità (in versi) nel tempo di un gol
di Amedeo Zoller
Nella sala conferenze de il T un viaggio tra versi, campioni e memoria collettiva. Da Michele Mari a Pasolini, passando per Gatto e Arpino, il calcio racconta la società, le classi sociali e la ricerca della felicità
Una valigia di libri su un elegante divano in pelle, sul tavolino un pallone di cuoio, ricordando le maglie di lana e il portiere col numero 1 sulla divisa, evocati da una statuetta. Così si presenta il palco della sala conferenze dei il T per il reading di Carlo Martinelli su calcio e poesia andato in scena ieri. «Carlo è una firma di riferimento del giornale, riesce ogni sabato a essere per i lettori una bussola in un mondo dell’editoria che vede abbondanza di titoli sempre nuovi. Ci aiuta a muoverci e a soddisfare quella che secondo noi è una priorità attuale, ovvero la necessità di un surplus di cultura e non di semplificazione», spiega il direttore Simone Casalini nell’introdurlo. Calcio e poesia, due cose a prima vista assolutamente inutili, ma nulla è più necessario dell’inutile. Lo sa anche Michele Mari, fresco vincitore del Premio Strega, che è un ultras del Milan e si distanzia dalla narrazione attuale del calcio, isterica e urlata e nel suo «Dalla cripta» edito da Einaudi nel 2021 recupera modelli nobili e antichi con una poesia eroicomica con l’intuibile Riveride, Altobelli che diventa Altofino e l’Ameride, Altafini. Un’ironia che coinvolge anche quello che spesso è visto come uno degli ultimi del calcio, il portiere di riserva, dileggiato da Matteo Fantuzzi, scomparso un mese e mezzo fa. Si dipanano i suoi pensieri, legati a una gloria possibile solo in caso di un infortunio del titolare. Che un giorno si infortunò, ma lui era a letto con la febbre, e quello che entrò ora gioca in Premier e fa il testimonial per lo shampoo.
Il giocatore spesso immobile assume addirittura un’aura antica e letteraria in Alfonso Gatto, che nella sua poesia «La partita di calcio» lo rinomina Boccaccio, ma meno abile nella sua arte (Oh, son quindici con questa/ – gli gridò dietro la folla -/tappabuchi, pastafrolla/ vai a guardia d’un portone!). Ma il calcio è anche sollievo, come in Giovanni Arpino, di cui ricorrerà il centenario della nascita nel 2027, che nella Torino ferita del secondo dopoguerra affida al suo dialetto piemontese la cruda realtà (pë mangé, i mangiavo fin-a ij gat) ma anche il sentimento di sollievo vivo di speranze per il futuro datogli dal vivere 90 minuti accanto alla maglia granata al vecchio stadio Filadelfia (Ma chi a sarà ‘l vilan/ a ciame-lo un camp? L’era na cun-a/ dë speranse, ‘d vita, ‘d rinassensa). Stadi dove si subisce collettivamente lo scorrere del tempo, luoghi vivi e colorati come san Siro in «Domenica sportiva» di Vittorio Sereni, vuoti e silenziosi nel tardo pomeriggio di luglio in «Altro compleanno», a celebrare quello numero 66 dell’autore.
O addirittura «inizio della mia memoria» per Maurizio Cucchi, che in «53» parla della prima volta allo stadio col padre, appunto nella primavera del 1953, evento che si ripetette poche volte, in quanto egli morì poco tempo dopo, lasciando all’autore i soli ricordi. Partite che descrivono persone, come nella dedica «A mio fratello nell’ultimo inverno» di Giovanni Raboni, dove due anziani fratelli vivono una domenica sera in cui il rito della partita vista in tv si riempie della speranza di un gol all’ultimo minuto. Alla ricerca della felicità; effimera però, che fugge in Eugenio Montale. Basta infatti poco: Ma nulla paga il pianto del bambino/ a cui fugge il pallone tra le case. Martinelli non dribbla però la visione femminile; e cita Maria Luisa Spaziani, che però non ama questo gioco, e in «La partita» spiega come le energie per il calcio erano state da Dio destinate altrove, per poi avventurarsi nella politica, mondo che non solo la poesia ha legato al calcio. Chi infatti interpreta le scritte murali come luogo di espressione collettiva spesso vede nel graffito apparso sui muri dell’università La Sapienza «macché Lenin macché Ingrao è Falcao il nostro Mao» un segno della fine degli anni Settanta. Nuovi idoli più leggeri si impongono, si sovrappongono. «8 maggio 1898» di Edoardo Sanguineti richiama così al primo campionato, che dura un giorno e viene vinto quel giorno dal Genoa, mentre a Milano i cannoni di Bava Beccaris uccidono circa 350 persone (ma che cose! E che casi!).
Un calcio che abbraccia tutti, ma non lascia che le classi sociali svaniscano; e così Evgenij Evtušenko rievoca bambini figli di operai e banchieri che giocano assieme, ma talvolta si sgambettano, perché comunque anche la sola vista delle loro cartelle usate come pali ricordano loro, in base al materiale più o meno nobile di cui sono fatte, la propria provenienza sociale. «Il calcio mitiga i sentimenti di classe, ma non li elimina». Eventi a volte però pieni di vita, nella loro semplicità. E così Pier Paolo Pasolini, nella poesia «Pietro II», celebra una partita nella periferia romana del Trullo, dicendo in chiusura non è questa la vera Italia, fuori dalle tenebre?. Semplici come la poesia di un anonimo edita dalla casa editrice raffinata PulcinoElefante, in provincia di Lecco: Portiere è grande/ quando tocca terra/ con parsimonia, dedicata a Roberto Anzolin, portiere della Juve dello scudetto operaio del 1978. Nella chiusura dell’incontro, in una sala entusiasta e gremita, Martinelli apre sguardi sul mondo latino, come il Sudamerica, dove Garrincha viene celebrato da Vinícius de Moraes in «Angelo dalle gambe storte». Il portiere, dopo aver portato il suo Brasile sul tetto del mondo in Svezia nel 1958, viene ricevuto dal presidente del Paese, e chiede come premio di poter liberare un uccellino in gabbia. Una vita perfetta è invece quella nel titolo della poesia di Horacio Salas, argentino, «Borges, Boca e Gardel». Poesia, calcio e l’eco del maestro del tango Carlos Gardel, insomma, ricordando Josè Francisco Sanfilippo, attaccante classe 1935 che ha messo a segno più di 200 gol con la maglia del San Lorenzo. Avere un pallone, mio Dio.
Che pianeta di fortuna, scrive Gerardo Diego nel 1961, spagnolo invece, come Garcia Lorca e Rafael Alberti, che dedica una poesia al biondo portiere Platko, che fece vincere la Coppa del rey nel 1928 al Barcellona in finale con il Real Sociedad. Un anno dopo però un altro poeta scrisse la contro-ode dell’evento, legata ai rigori non assegnati dall’arbitro comprato… Martinelli intanto sciorina formazioni a memoria, e va sul locale evocando Ezio Vendrame, che guidò pare in retromarcia da Rovereto a Riva del Garda, e scrisse «Se resto in tribuna, godo», lui che era l’emblema della leggerezza ed è ricordato ancor oggi al Romeo Menti di Vicenza. Ultimo poeta evocato è Arnaldo Fusinato, poeta notissimo a fine del XIX secolo in Italia e colto, che diceva «di palloni me ne intendo poco», non sfuggendo nemmeno lui al gioco del calcio, così come il rigido Nabokov o R. M. Rilke, che si teneva lontano dalle passioni popolari.
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