domenica 4 Ottobre, 2026
Gattuso, il calcio e la vita: «Non mollare mai. Finché sentirò quel formicolio andrò avanti»
di Redazione
Al Festival dello Sport l’allenatore della Lazio si racconta tra calcio, ricordi e momenti difficili: «Non sopporto chi ha talento e non fa nulla per migliorarsi. Io ho dovuto lavorarci tanto»
«Il giorno che non sentirò più quel formicolio dirò basta. E farò il nonno». Gennaro Gattuso non ha intenzione di mollare. Lo ha raccontato dal palco del Teatro Sociale, accolto da un’ovazione dal pubblico del Festival dello Sport. Ex calciatore e campione del mondo nel 2006 con la Nazionale italiana, oggi allenatore della Lazio capolista, Gattuso ha dialogato con Luigi Garlando, giornalista e scrittore, in un incontro dal titolo «Non mollare mai».
Una frase che, per Gattuso, è quasi una filosofia di vita. «Non sopporto quelli che hanno talento e non fanno nulla per migliorarsi. Per me si è trattato dell’esatto contrario. Ho dovuto lavorarci tanto per arrivare dove sono arrivato». Un percorso che lo ha portato a diventare uno dei simboli del Milan e della Nazionale, con il soprannome di «Ringhio» legato a quel carattere grintoso e fumantino che ancora oggi non rinnega. Anzi. «Un Gattuso nella mia squadra non lo vorrei mai».
L’incontro è iniziato con un videomessaggio di Gian Piero Gasperini, oggi allenatore della Roma, che lo ha invitato a cena. «Accetto e di buon grado. Gian Piero è una di quelle persone che nei momenti difficili c’è sempre stata. Ci somigliamo un po’ e mi piace. Anche perché è uno di quelli che nel calcio continua a portare novità».
Garlando ha poi riportato il discorso sul derby. «Per ora abbiamo altro da fare. Ci penseremo a tempo debito. Adesso dobbiamo occuparci di riprendere dopo una sosta anomala di settimane», ha risposto Gattuso. Un passaggio inevitabile sulla situazione della Lazio, che sta facendo i conti anche con l’assenza della curva per i dissidi tra tifosi e proprietà. «Mi manca uno stadio pieno, quello senza i tifosi non è calcio. Stiamo soffrendo il fatto di non avere i sostenitori a darci una mano».
Il tema della sofferenza è tornato anche parlando della Nazionale. «L’esperienza della Nazionale, per come si è conclusa, mi ha fatto molto male. Dopo la batosta avevo bisogno di rimettermi in campo, in ogni senso. Ho scelto la Lazio perché ho sentito che era arrivato il momento, dopo qualche no. Siamo partiti bene ma la strada è lunga. I ragazzi stanno dando tanto e il rapporto con loro va costruendosi».
Poi un altro videomessaggio, questa volta di Fabio Capello. Garlando ha ricordato un episodio del 2006, quando Gattuso, dopo essere stato espulso durante Juve-Milan, era passato davanti alla panchina bianconera rivolgendosi in maniera molto decisa proprio a Capello. «Ricordo sì. Ed è uno dei tanti episodi. Quelli in cui, quando mi ci imbatto, cambio canale. Mio figlio, a volte, li ripesca online. E io non ho armi, non mi posso difendere davanti all’evidenza».
Ma il carattere di Gattuso è cambiato con il passaggio dalla panchina al campo? «Ho dovuto rivedere molto. Ma ci ho messo un po’ di tempo. Ho pensato anche di smettere. Perché dopo molti anni da calciatore passare dall’altra parte ha implicato un cambio di visione. Io avevo una testa, una forma mentis e non consideravo che mi stavo confrontando con un’altra generazione. Ho dovuto fare un percorso, imponendo quelle due o tre cose in cui credo fermamente, mentre ho mediato sul resto. Per vivere meglio e viverla meglio».
Sul palco sono arrivati altri videomessaggi e altri ricordi: Pato, Vieri, Materazzi, Bierhoff, Boban e anche il cestista Danilo Gallinari, che ha detto di volerlo in squadra. «Ma se sono un metro e venti – ha scherzato Gattuso – dove vado?». Una battuta che ha fatto sorridere il Teatro Sociale, prima di lasciare spazio ai momenti più personali.
Tra questi il ricordo della sorella Francesca, scomparsa nel 2020. «E il dolore della famiglia e dei nostri genitori. Ma la fede ci sta aiutando». Un dolore che si è intrecciato anche con quello vissuto dopo Bosnia-Italia, quando Gattuso ha raccontato di aver passato mesi difficili, arrivando a faticare a prendere sonno.
E poi la malattia, che lo costringe ad assumere ogni giorno una dose di cortisone. Anche in questo caso, però, il messaggio è lo stesso: non mollare. A sostenere il ricordo dei momenti più difficili ci sono quelli più felici, come la vittoria dei Mondiali del 2006 in Germania.
«Io non dovevo nemmeno far parte del gruppo per un muscolo lacerato. Ed ero pure diffidato. Non potevo prendere ammonizioni. Come al solito mi trovavo in una situazione borderline». Un Mondiale iniziato in salita: «Siamo partiti da Coverciano che ci tiravano i pomodori ma siamo arrivati dove siamo arrivati. E l’artefice di tutto è stato il nostro condottiero, Marcello Lippi. Ha fatto di tutto per creare un gruppo e ci è riuscito». Anche favorendo la vicinanza delle famiglie durante il torneo.
Infine Monica, la moglie. «Senza di lei non avrei fatto nulla. L’ho conosciuta a Glasgow nel 1997, era figlia di un ristoratore. Uno dei salvatori di noi italiani all’estero. È iniziata così e continua ancora, dopo quasi 30 anni in giro per il mondo per seguirmi. Ma il merito è suo, davvero».
A chiudere l’incontro, un ultimo videomessaggio, quello di Malika Ayane, che gli ha dedicato «Light My Fire» dei Doors. Per Gattuso, che quel fuoco lo sente ancora dentro. E che, finché ci sarà, non ha intenzione di fermarsi.
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