Campi Liberi
venerdì 25 Settembre, 2026
Elena Pero, la voce femminile del tennis: «Bertolucci un fuoriclasse. Sinner? Un ragazzo semplice»
di Lorenzo Fabiano
«Le tre regole d'oro della telecronaca: parlare meno possibile, non prendersi troppo sul serio, entusiasmo ma sempre con obiettività. La prima faccio davvero fatica a rispettarla»
La voce del tennis è donna. Una voce misurata, mai sopra la linea di confine dei decibel, sobria, garbata e, ciò che più conta, appassionata e competente. Un’eredità, a dir poco impegnativa, che a Sky Elena Pero, con a fianco un’icona del tennis come Paolo Bertolucci, ha raccolto da due giganti come Gianni Clerici e Rino Tommasi: «Li seguivo in tv – racconta -, eravamo alla fine degli anni Ottanta, io andavo all’università e Tommasi cercava qualcuno che lo aiutasse a tenere le statistiche; decisi di provarci, feci la selezione senza nemmeno troppa convinzione, e invece mi prese. A inizio anni Novanta partiva su Koper Capodistria (poi Tele+, oggi Sky, ndr) una trasmissione di tennis, fu allora che Tommasi mi chiese se mi andasse di provarci: “Tu prova, se poi ti trovi bene, ok. Nulla di vincolante” mi disse. Mi trovai bene ed eccomi qua».
Elena, lei giocava a tennis?
«Diciamo che ho sempre giochicchiato per puro divertimento, senza mai fare alcun tipo di carriera sportiva. Il tennis mi piaceva tantissimo e, come le dicevo, lo seguivo in televisione grazie a Gianni Clerici e Rino Tommasi e ci sono dei momenti in cui la nostalgia ti prende e vorresti tornare a metterti lì davanti alla tv ad ascoltarli».
Beh, anche lei e Paolo Bertolucci non siete un doppio niente male. Come vi compensate?
«Facile. Paolo è un fuoriclasse assoluto, io cerco solo di non fare danni».
Vi fate pure delle belle risate.
«Ogni tanto con lui, non dico che c’è del cabaret ma diciamo che non ci si prende troppo sul serio, ecco. Fare le cose seriamente, ma senza prendersi troppo sul serio, è del resto il grande insegnamento di Rino Tommasi e Gianni Clerici».
Le è toccato commentare lunghi tempi di carestia, ora invece commenta l’età dell’oro del tennis italiano.
«Sono cresciuta in tempi di carestia in cui un quarto di finale ti sembrava un gran successo; ora tutto è così tanto che ogni settimana ti sembra incredibile. Questo, se da un lato è esaltante, dall’altro può essere anche un po’ inquietante e ansiogeno. Nel senso che se prima vivevi il tennis in un contesto quasi di nicchia, ora è in prima pagina sui quotidiani nazionali, e non solo quelli sportivi».
A Bologna abbiamo vinto il girone eliminatorio di Coppa Davis, pur senza i nostri due giocatori più in alto in classifica, Sinner e Musetti; segno che la squadra è davvero molto forte.
«È la cosiddetta “panchina lunga”. L’Italia è una vera squadra, molto affiatata con Bolelli che è un po’ il nonno e Berrettini il fratello grande. Cobolli è stato molto bravo, ha saputo reagire allo 0-6 rimediato all’esordio nel terzo set contro il Belgio».
E Berrettini un passo alla volta sta tornando…
«È partito piano, sembrava veramente in difficoltà, ma poi è uscito bene alla distanza quando in teoria avrebbe dovuto essere più stanco. Adora la Davis, e basta vedere il tifo che fa in panchina per capire quanto ami la squadra. Bravissimo».
Sinner: la grandezza della semplicità. Ci sta come definizione?
«È una persona normale, come ce ne sono tantissime. Uno magari si aspetta altro, e invece è facile identificarsi in lui. Non è uno da eccessi, plateale, ma ha piuttosto una straordinaria capacità di controllarsi; un ragazzo normale, con una famiglia normale e un’educazione normale. È semplicità, normalità, l’eccezionalità sta semmai in ciò che in campo sa fare».
Boom di ascolti in tv; è l’effetto Sinner o qualcosa si era già mosso prima?
«Per il momento credo che gli ascolti, almeno per Sky, della finale di Berrettini a Wimbledon nel 2021 siano ancora imbattuti. C’erano dei precedenti; la vittoria di Fognini a Monte Carlo nel 2019 e ancora prima la semifinale al Roland Garros del 2018 di Cecchinato, bravissimo giocatore ma che nessuno pensava potesse arrivare così in alto. Quella è stata la svolta. Dispiace, piuttosto, non si parli mai abbastanza di quanto hanno fatto le nostre ragazze, con l’apoteosi della finale agli US Open del 2015 tra Flavia Pennetta e Roberta Vinci. Segno che siamo un Paese ancora un po’ maschilista».
Ora è esplosa Jasmine Paolini.
«Bravissima, simpatica, ed è sempre divertente vederla giocare. Gioca col sorriso, a Wimbledon il pubblico era tutto per lei. Il suo modo di giocare e di stare in campo è apprezzato ovunque, non solo in Italia».
Non sono molte le donne telecroniste: lei si sente un’apripista?
«No. Prima di me c’era Lea Pericoli: la voce femminile del tennis è stata lei a portarla in televisione. È stata lei a non far percepire come qualcosa di strano il fatto che fosse una donna a commentare il tennis. Bravissima. Col calcio, magari sarebbe stata più dura; diciamo che forse il tennis è un’isola felice, anche se a Sky Paola Ellisse ha commentato il basket per tanti anni».
Lei è piemontese, giusto?
«Milanese, ma le origini della famiglia sono piemontesi».
Glielo chiedo perché di lei si sa molto poco; è riservatezza sabauda?
«Un po’ sì. Fa parte del mio carattere. L’evento è la partita in campo, non chi commenta. Io devo solo cercare di non fare danni, di non disturbare. Poi a fianco ti ritrovi grandi campioni come Paolo Bertolucci, Ivan Ljubicic, Raffaella Reggi, Laura Golarsa, Stefano Pescosolido, solo per citarne alcuni della squadra Sky, e io il mio lavoro lo faccio bene quando riesco a mettere in luce le loro qualità. Devo essere più trasparente possibile, che poi è il mio modo di vedere le cose».
Niente urli, ma sobrietà nel racconto; anche questa è compostezza sabauda?
«Andare sopra le righe non mi piace, però dai, ogni tanto qualche urlo mi scappa (ride, ndr)».
Altri tempi, ma le chiedo se ci si sarebbe vista al posto di Gianni Minà a intervistare Panatta ai cambi di campo della finale con Vilas a Roma nel 1976?
«Diciamo che la mia timidezza nel non voler essere invadente, mi avrebbe messa in grande difficoltà».
La telecronaca che le ha dato più gioia?
«Spero sempre la prossima, quella che verrà. Ciò che è passato è passato. Questo perché tendo sempre a ricordare le cose che non andavano bene, le cose che a ripensarci non avrei detto o quelle che avrei dovuto dire e non ho detto».
Col boom del tennis vi rivolgete a tanti neofiti; educare il pubblico è una bella responsabilità. La sente?
«Sento di dover trasmettere l’allegria, la bellezza e la passione del tennis. Ogni partita è come se fosse un romanzo; ok l’aspetto tecnico, ma il più affascinante è quello mentale. È una storia che si dipana per ore nel corso di un match, e la capacità di doverla gestire è la cosa che mi piace di più».
Le tre regole basilari della sua telecronaca?
«La prima, e faccio veramente fatica a rispettarla, parlare meno possibile, dire le cose giuste ed essenziali. La seconda, non prendersi troppo sul serio; con la crescita di popolarità c’è il rischio di dover essere sempre seri senza poter mai fare una battuta. La regola numero tre, l’entusiasmo ma sempre con obiettività, per rispetto dei giocatori che stai commentando e dei telespettatori che ti stanno ascoltando».
Autunno caldo: ancora grandi tornei, poi chiusura in bellezza con Atp Finals a Torino e Coppa Davis a Malaga. Ci attende un gran finale di stagione.
«E mettiamoci pure le Wta Finals con Jasmine Paolini in singolare e in doppio, sono ormai a un passo dalla qualificazione, con Sara Errani. Un finale di stagione super. Faticoso, perché anche nelle settimane senza i grandi eventi noi andiamo comunque in onda, ma entusiasmante. Bello così. Sebbene senta la nostalgia del passato, delle voci di Gianni Clerici e Rino Tommasi, sono molto contenta».
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