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giovedì 13 Agosto, 2026

Attentato a Sigfrido Ranucci, Lavitola ammette: «Sono io il mandante»

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La confessione durante l'interrogatorio di garanzia durato cinque ore. Il legale: «Ha agito per fargli aumentare la scorta»

Valter Lavitola ha ammesso di essere il mandante dell’attentato a Sigfrido Ranucci, confermando l’intera ipotesi accusatoria nell’interrogatorio di garanzia durato ieri oltre 5 ore. L’ha riferito l’avvocato Sergio Cola, difensore dell’imprenditore detenuto da lunedì scorso nel carcere di Rebibbia con l’accusa di essere il mandante dell’attentato al conduttore di Report avvenuto ad ottobre del 2025 davanti alla sua abitazione nel comune di Pomezia, in provincia di Roma.

«Il movente dell’attentato va ricercato nel fatto che Lavitola voleva far innalzare il livello di scorta a Ranucci», ha aggiunto Cola secondo cui Lavitola avrebbe agito «per tutelare la incolumità di Ranucci, che era oggetto di parecchi e pericolosi tentativi di aggredirlo. Anche perché Ranucci, non aveva, all’epoca, una protezione, ma aveva solamente due uomini di scorta». Lavitola dunque non avrebbe agito per un movente politico. Il legale infine non ha risposto alle domande sull’eventuale consapevolezza di Ranucci su quanto stava per fare Lavitola. «La confessione di cui apprendiamo lascia sgomenti e conferma il delirante teatro della follia se il movente reale fosse effettivamente quello riportato», commenta in una nota l’avvocato Roberto De Vita, legale di Ranucci.

Nel giorno della confessione di Lavitola, Lega e Fratelli d’Italia vanno all’attacco del conduttore di Report. In particolare è il Carroccio a chiedere con forza la sospensione del giornalista da parte della Rai. «Alla luce degli inquietanti dettagli che stanno emergendo in queste ore, a partire dall’arresto del suo amico Lavitola ritengo opportuno che il servizio pubblico, finanziato da tutti gli italiani, sospenda la collaborazione con chi è coinvolto in questa torbida vicenda», scrive su X il leader e vicepremier Matteo Salvini. «Non è più compatibile con il servizio pubblico», scrivono i parlamentari leghisti in Vigilanza.

A suscitare la reazione del centrodestra, in particolare di Fdi, è anche il post che Ranucci pubblica su Facebook, dal titolo «La voce spaventa». «Ho imparato, seguendo per anni il filo che lega Aldo Moro a Piersanti Mattarella, e Piersanti Mattarella a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino – scrive – che la storia italiana non uccide mai i suoi uomini migliori per debolezza: li uccide per eccesso di chiarezza. Muoiono tutti nello stesso identico modo, non tanto per la pallottola o per il tritolo, quanto per aver visto, un attimo prima degli altri, il disegno intero di cui erano parte, e per aver tentato, con l’ingenuità di chi crede ancora nella verità come in un bene comune, di raccontarlo a voce alta». «Un delirio egomane», accusa il presidente Fdi della Commissione cultura della Camera Federico Mollicone; «assurdo paragonarsi a Falcone e Borsellino, a Moro. Non faccia paragoni blasfemi», aggiunge il vice-capogruppo alla Camera Alfredo Antoniozzi.

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