I dati
lunedì 10 Agosto, 2026
In carcere sotto psicofarmaci: a Spini di Gardolo il 74% dei detenuti usa sedativi e ipnotici
di Lucia Ori
Nel rapporto di Antigone, la casa circondariale di Trento è citata anche per il suicidio di Abrar Jarrar: la più giovane detenuta in Italia che si è tolta la vita
«Tutto chiuso». È il titolo scelto da Antigone per il XXII rapporto sulle condizioni di detenzione nelle carceri italiane. Un’espressione che fotografa un progressivo irrigidimento del sistema penitenziario: meno apertura verso il territorio, meno possibilità di costruire percorsi di reinserimento, più isolamento. Si rischia così di allontanarsi dalla funzione rieducativa della pena, prevista dalla Costituzione.
Queste considerazioni trovano una declinazione anche a Trento, dove in particolare due elementi raccontano le fragilità del sistema penitenziario: la storia di Abrar Jarrar, la più giovane persona detenuta suicida dall’inizio dell’anno, e il ricorso massiccio dei detenuti agli psicofarmaci, che riguarda oltre la metà dei detenuti del carcere di Gardolo. Tra gennaio e il 2 agosto 2026 sono almeno 38 le persone che si sono tolte la vita negli istituti penitenziari italiani. Tra queste tre erano giovani donne. La più giovane di tutte, uomini compresi, era Abrar Jarrar, detenuta nel carcere circondariale di Trento.
La sua storia era stata raccontata da questo giornale: originaria di Cremona, Abrar era stata condannata per un cumulo di pene legate a furti e rapine e, prima di arrivare a Spini di Gardolo, aveva attraversato diversi istituti del Nord Est. Una vicenda che diventa il simbolo di una delle tante vite spezzate dentro un sistema che fatica a garantire percorsi individualizzati e strumenti adeguati di sostegno.
Il tema dei suicidi è uno dei due «mali endemici» individuati dal garante dei detenuti del Trentino, Giovanni Maria Pavarin, nella sua relazione annuale per il 2025, insieme al sovraffollamento degli istituti di pena. In Italia, il tasso di affollamento ha raggiunto il 139,7%, tornando ai livelli del 2013, l’anno della condanna dell’Italia da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza Torreggiani. Sono 64.741 le persone detenute a fronte di 46.343 posti disponibili. a situazione di Trento è diversa rispetto a molti altri istituti italiani. Nell’ultimo controllo di Antigone, effettuato il 27 novembre, nella casa circondariale di Gardolo risultavano presenti 392 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 422 posti.
Una capacità che è cambiata nel tempo: all’apertura del carcere, nel 2011, i posti previsti erano 240. «È un istituto dove il problema non è paragonabile alle condizioni degli altri carceri del nostro Paese, e questo va riconosciuto», spiega Carlo Pacher, osservatore di Antigone per il Trentino Alto Adige. «Ma questo non significa che non ci siano problemi». L’altro elemento che emerge dal rapporto riguarda quello che Antigone definisce il fenomeno dell’«ipermedicalizzazione» della detenzione. Un carcere dove il disagio psichico è sempre più presente e dove, in assenza di strumenti alternativi, la risposta rischia di diventare prevalentemente farmacologica. I dati nazionali raccontano che il 46,5% delle persone detenute utilizza sedativi o ipnotici, mentre il 21,1% assume stabilizzatori dell’umore, antipsicotici o antidepressivi. A Trento le percentuali sono ancora più alte.
Secondo i dati raccolti da Antigone a novembre 2025, nella casa circondariale di Gardolo 290 detenuti su 392 fanno regolarmente uso di sedativi o ipnotici, mentre 96 persone assumono stabilizzatori dell’umore, antipsicotici o antidepressivi. Si tratta del 74% della popolazione detenuta, più di 7 detenuti su 10, che utilizza regolarmente farmaci che vengono «distribuiti al bisogno», per il sonno e l’ansia. Nel carcere trentino sono 110 le persone con diagnosi psichiatriche gravi. Non è presente invece un reparto specifico per detenuti con infermità psichica e non risultano dati disponibili sulle persone in attesa di ingresso in una Rems. La casa circondariale di Trento ha scelto un approccio prudente rispetto alle terapie sostitutive e ai farmaci potenzialmente abusabili: punta allo scalaggio dei dosaggi e privilegia, quando possibile, la somministrazione in gocce rispetto alle compresse, per limitarne la cessione tra detenuti. Tra i pazienti seguiti per le dipendenze, 40 risultano in trattamento con metadone. Il disagio continua così a essere gestito più che curato.È questa, in fondo, l’immagine restituita dal rapporto: un carcere sempre più chiuso, dove la sofferenza psichica viene amministrata più che affrontata e dove la promessa costituzionale della rieducazione rischia di rimanere chiusa dietro le sbarre.
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