L'iniziativa

domenica 9 Agosto, 2026

Strage di Bologna, una via nella sua Malè per la vittima trentina Enzo Petteni

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Aveva 33 anni quando perse la vita nella strage del 2 agosto 1980. La sindaca Barbara Cunaccia: «Vogliamo portare la sua storia nelle scuole»

Oggi Vincenzo Petteni, Enzo per tutti, avrebbe avuto 69 anni. Avrebbe spento le sue ultime candeline prima di varcare la soglia dei 70 pochi giorni fa, il 3 agosto. Chissà se sarebbe stato ancora in fabbrica, al timone della sua azienda di grucce, o sarebbe stato in cammino lungo un altro sentiero. Magari nella sua Malè, dove era nato e cresciuto con mamma Ester, papà Emilio e le sorelle Giusi, Franca e Giovanna, oppure a Pontelagoscuro, nella periferia di Ferrara, dove aveva conosciuto e sposato sua moglie. «Enzo aveva ereditato la sua vitalità dal padre», ricorda la cugina Adriana Petteni. E chissà, allora, quale traiettoria avrebbe preso la sua vita se quel 2 agosto del 1980 – il giorno prima del suo compleanno – non si fosse trovato alla stazione di Bologna. La bomba uccise lui e altre 85 persone, ferendone 216. E seminando un dolore quotidiano in centinaia di familiari.
«A mezzanotte pensami», Enzo si rivolse così alla moglie prima di partire per la vacanza con il suo amico Mirco Castellaro, senza sapere che non avrebbe fatto più ritorno a casa. Ora quelle parole sono diventate il titolo di un documentario dedicato a lui, realizzato dal regista ferrarese Paolo Bertazza e proiettato lo scorso 2 agosto in piazza Maggiore a Bologna. L’amministrazione comunale di Malè è già entrata in contatto con i promotori del documentario. «Vogliamo portare la storia di Enzo Petteni nelle scuole — dice la sindaca Barbara Cunaccia — Inoltre abbiamo intenzione di intervenire sulla toponomastica per dedicare una via a Petteni». L’unica vittima trentina dell’attentato di Bologna, per cui sono stati condannati come esecutori materiali della strage i neofascisti dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari) Giusva Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini, Gilberto Cavallini e il neofascista di Avanguardia Nazionale Paolo Bellini, mentre come responsabili del depistaggio delle indagini l’ex capo della loggia massonica P2 Licio Gelli, l’ex agente del Sismi Francesco Pazienza, i due alti ufficiali Pietro Musumeci e Giuseppe Belmonte, rispettivamente generale e colonnello del servizio segreto militare (Sismi), l’ex capitano dei carabinieri Piergiorgio Segatel e per false informazioni al pubblico ministero Domenico Catracchia, amministratore di alcuni condomini di via Gradoli a Roma. Continua ancora la ricerca della verità sui mandanti.
Da giovane Enzo aveva giocato a calcio nella squadra del paese, di cui lo zio Giacomo era il presidente e il papà uno degli allenatori. A 20 anni lasciò il Trentino e si diresse a Milano, dove aveva studiato per diventare odontotecnico. Poi il servizio militare lo portò in Friuli, ma per poco tempo. Decise di trasferirsi a Ferrara e iniziò a lavorare nell’albergo di due cugini che vivevano già lì. E lontano dalla sua terra fondò un’azienda tutta sua. La moglie gestiva un’attività nel centro di Ferrara. Il negozio la trattenne in città quell’estate del 1980. Enzo partì con il suo amico Mirco. Direzione Sicilia, poi da lì avrebbero preso una barca per raggiungere la costa della Tunisia. Dovevano prendere l’aereo, ma non trovarono un volo disponibile. Si precipitarono alla stazione di Bologna per prendere quel treno che li avrebbe condotti sulle onde del Mediterraneo. Mirco morì allo scoppio della bomba, fatta esplodere alle 10.25, mentre Enzo spirò in ospedale il 16 agosto, a 33 anni, per una sopraggiunta infezione polmonare. «I detriti della bomba gli avevano schiacciato tutti gli organi — ha raccontato la sorella Franca in un’intervista a il T Quotidiano — Lui era l’unico maschio in mezzo a tre sorelle. Ci sentivamo protette da lui».
A Malè la sua famiglia gestiva il cinema del paese ed era molto conosciuta. Proprio in questi giorni la cugina Adriana, che vive a Ferrara, si trova in vacanza in Val di Sole. «Enzo era un ragazzo pieno di vita, come il padre, con tante idee, anche originali per l’epoca. Il papà era pieno di inventive, organizzava incontri con i personaggi della musica al cinema e aveva una vena artistica, ripresa poi dalla figlia Giusi, una pittrice naif — racconta Adriana — Enzo assomigliava a suo padre, era un creativo a modo suo, sempre pieno di vita, amava il bello. Era una persona allegra, brillante. È stato un brutto destino, poveretto. Quando è successo, io abitavo già a Ferrara: l’ho scoperto sul giornale, ho visto la sua foto in prima pagina. In quel periodo ero ricoverata perché ero incinta della prima figliola».
A Malè Enzo è ricordato con una lapide affissa sul muro di cinta del cimitero, mentre la sua tomba si trova a Ferrara. «Per oltre 45 anni non se n’è più parlato, mio cugino è sparito, soltanto un anno fa l’amministrazione comunale di Ferrara si è attivata per realizzare il documentario. Io mi sono permessa di dire una cosa: è una bellissima iniziativa, ma perché dopo così tanti anni e non subito dopo l’attentato? Questa è sempre stata la mia domanda. Pensavo che fosse una cosa da affrontare subito. Meglio tardi che mai comunque… Ora sarebbe davvero bello portare il documentario a Malè e far conoscere la storia di Enzo agli studenti».

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