L'intervista

domenica 9 Agosto, 2026

Oltre 40 gradi in Trentino, Zardi: «Il caldo aumenta, lo zero termico è ormai a 4.500 metri»

di

Il fisico dell'Università di Trento: «Siccità, temperature elevate e cieli sereni favoriscono l'evaporazione. Con le ondate di calore persone più stressate e nervose»

Ricordate quando l’arrivo dell’estate era riconoscibile da 30, massimo 33 gradi? Forse attualmente no, dato che nei giorni scorsi la temperatura in Trentino ha superato i 40 gradi (Trento 40.1 e Rovereto 40.3). «Ci stiamo avventurando in climi assolutamente sconosciuti, in un territorio inedito e i record che stiamo raggiungendo ce lo dimostrano», spiega Dino Zardi, professore di Fisica dell’atmosfera dell’Università di Trento.
Le ondate di calore sono sempre più intense. Cosa è cambiato rispetto al passato?
«Siamo in una situazione di cambiamento climatico globale in cui le temperature aumentano ovunque. In particolare, ci sono regioni note per essere “hotspot”, cioè aree del pianeta in cui il riscaldamento è ancora più accentuato. Tra queste ci sono l’intera area del Mediterraneo e le aree montane oltre i 2500-3000 metri. Entrambe le situazioni ci riguardano, perciò in Trentino abbiamo ben due ragioni per essere considerati un “hotspot”. Le ondate di calore degli ultimi mesi sono associate all’anticiclone africano, l’area di alta pressione che si estende dall’Africa al Mediterraneo e oltre. Quest’enorme “giostra” di aria che ruota in senso orario, trasporta aria proveniente dall’Africa verso il bacino del Mediterraneo e l’Europa fino a noi. Negli ultimi decenni la frequenza e durata di queste espansioni dell’anticiclone africano sono aumentate. In passato, invece, si vedevano meno situazioni del genere. Le nostre estati erano caratterizzate da una maggiore persistenza dell’anticiclone delle Azzorre, sempre un sistema anticiclonico, ma centrato sull’arcipelago delle Isole Azzorre, a ovest delle coste portoghesi, che convogliava verso le nostre aree aria moderatamente calda, ma non torrida come quella proveniente dall’Africa».
Quali sono le previsioni per le prossime settimane?
«Questo fine settimana è arrivata aria più fresca dal nord delle Alpi, che preme per respingere l’anticiclone africano e questi contrasti tra masse d’aria si manifestano con l’arrivo di temporali. Ma già da domani si tornerà a un clima prevalentemente estivo».
Qual è stato l’elemento meteorologico che ha caratterizzato l’estate trentina?
«Queste situazioni di grande caldo e cieli sereni hanno favorito l’evaporazione. La capacità dell’aria di contenere vapore acqueo aumenta esponenzialmente con la temperatura. Un altro tema critico è la siccità. Mancano le precipitazioni, l’aria calda favorisce l’evaporazione, perciò l’acqua viene a mancare nel suolo e per l’intero ecosistema. È un grande stress anche per il nostro organismo e per i lavoratori che devono operare all’aperto, nei campi e nei cantieri. Le persone più fragili sono quelle più colpite dal caldo. Siamo di fronte a un problema di salute pubblica».
Quali sono le conseguenze del caldo sulle persone?
«Nervosismo, malessere, stress e concentrazione ridotta. Quando le minime sono alte diventa un problema perché se la temperatura non scende di notte il sonno è disturbato. E se la temperatura minima non scende anche i bioritmi vengono modificati. La biometeorologia studia gli effetti delle condizioni meteorologiche sull’uomo, e il caldo rientra tra i fattori che possono mettere a rischio la salute e la serenità delle persone. Un altro fenomeno che stiamo osservando è la persistenza delle ondate di caldo. Il livello in cui si incontra lo zero termico ormai è sempre più alto e oggi si trova attorno ai 4.500 metri».
Lei ha contribuito alla realizzazione del rapporto sullo Stato del clima del Trentino, qual è il dato più preoccupante?
«Il dato più impressionante è quello che riguarda i ghiacciai e le nevicate perché mostra come in futuro dovremo cambiare totalmente il modo in cui siamo abituati ad approvvigionarci di acqua. Le precipitazioni nell’area alpina non sono in diminuzione, ma le acque portate dalle piogge non rimangono in quota da sole come fa la neve: se non troviamo la maniera di preservarle in alto, non le troveremo nei fiumi quando ne avremo bisogno».
C’è una previsione dei suoi modelli che la comunità scientifica fatica a comunicare perché troppo allarmante o troppo complessa da semplificare per la popolazione?
«Ciò che la gente fa più fatica a capire è come mai il riscaldamento dipenda dai gas serra, come sia possibile che le emissioni dei combustibili fossili siano così efficaci da contribuire al riscaldamento dell’atmosfera. In realtà questi gas hanno un’elevata capacità di modificare gli scambi tra sole, cielo e terreno. Le emissioni di anidride carbonica, passate da circa 290 parti per milione agli inizi del ‘900 a 430 oggi, hanno fatto una bella differenza. La cosa difficile da far capire è che con l’utilizzo di combustibili fossili la concentrazione di CO2 è in continuo aumento e quindi anche gli effetti collegati al riscaldamento globale. Ci stiamo avventurando in climi assolutamente sconosciuti, in un territorio inedito e i record che stiamo raggiungendo ce lo dicono chiaramente».

Commenti: