L'esperto
domenica 22 Marzo, 2026
Simone Pieranni e la strategia della Cina: «A Pechino il conflitto in Iran non interessa, vuole stabilità»
di Simone Casciano
Il giornalista esperto di Asia: «Guerra voluta da Israele, solo uno stolto poteva pensare che sarebbe finita in poche settimane»
In uno scenario internazionale deflagrato e frammentato, la Cina resta un gigante tranquillo, più preoccupato della sua modernizzazione interna che dei conflitti medio orientali. La sua prima preoccupazione è proprio che questi conflitti non rallentino quel commercio fondamentale per proseguire nei piani di sviluppo del Paese. Conflitti come quello in Iran che «solo uno stolto poteva pensare si sarebbe concluso in poche settimane». Questa l’analisi di Simone Pieranni dello scenario mondiale, con una prospettiva cinese. Pieranni, oggi protagonista dei podcast di Chora Media «Altri Orienti» e «Fuori da Qui», è stato per anni inviato in Cina ed è profondo conoscitore del Paese.
Pieranni l’ha stupita la velocità con cui la situazione è degenerata da trattative ad attacchi e guerra in Iran?
«No, non mi ha stupito più tanto, la cosa era nell’aria. Poi quando ho visto che anche la Cina consigliava ai suoi cittadini di rientrare ho capito fosse abbastanza evidente che sarebbe avvenuto l’attacco. Segnali ce n’erano stati e lo scenario internazionale è generalmente più aggressivo rispetto al passato».
Dopo due settimane, il conflitto non sembra vicino a fermarsi, pensa che Usa e Israele abbiano sottovalutato le capacità di risposta e la tenuta del regime iraniano?
«Gli Stati Uniti hanno sicuramente sottovalutato sia le capacità di risposta e di aggressione di Teheran sia la tenuta della dittatura. Israele invece non credo, Netanyahu e Israele avevano ben presente che l’Ayatollah Khamenei aveva costruito una leadership capace di sopravvivere alla sua morte e prendere le redini del Paese. Visto che tra l’altro gli uomini dei servizi segreti israeliani hanno detto che conoscevano Teheran come Gerusalemme, mi sembra molto strano che Israele non avesse contezza della resilienza del regime dei Pasdaran. Credo che solo uno stolto avrebbe potuto credere alla caduta del regime iraniano in queste circostanze».
Quali sono gli obiettivi Usa in questo conflitto secondo lei? Quali quelli israeliani?
«Gli obiettivi degli Usa sinceramente mi sembrano un po’ imperscrutabili. La mia idea è che questo attacco sia partito a seguito di una forte azione di convincimento dell’alleato americano da parte di Netanyahu che ha bisogno di questa guerra per motivi interni, ma anche perché Israele, e su questo gli Usa sono d’accordo, ha sempre voluto essere l’unica potenza egemonica dell’Asia occidentale, io il Medio Oriente preferisco chiamarlo così. Quindi credo che questa sia un’operazione diretta principalmente da Israele e Trump li ha seguiti, per poi ora impaludarsi in uno scenario ben diverso da quello iniziale».
La Cina che posizione ha al riguardo del conflitto? Quanto ha bisogno del petrolio iraniano?
«La Cina si è posta inizialmente in una posizione di preoccupazione che è diventata condanna dopo l’assassinio di Khamenei e dopo l’episodio della scuola bombardata da un missile americano. La Cina ha bisogno del petrolio iraniano per il 14-16% del proprio fabbisogno energetico totale secondo le stime che circolano, il petrolio però non si è fermato perché l’Iran ancora controlla lo stretto di Hormuz. Bisogna poi essere chiari su una cosa, il concetto di alleanza dei cinesi non è quello americano, che prevede una mutua difesa dal punto di vista della sicurezza. Il rapporto tra Cina e Iran è un rapporto asimmetrico, il Paese persiano ha molto più bisogno del suo partner asiatico di quanto la Cina abbia invece bisogno dell’Iran. In più Pechino non sceglie mai un partner privilegiato, non lo era il Venezuela e non lo è l’Iran. Quindi la Cina è un paese che basa tutto sul commercio, ha rapporti commerciali con oltre 130 paesi ed è chiaro che la guerra è un disturbo ai suoi affari, per cui chiede sempre stabilità. Dopodiché chi invece sta approfittando di tutto questo è la Russia, perché l’aumento dei prezzi dei combustibili fossili e in particolare del gas le conviene tantissimo. Quindi Trump volente o nolente sta ancora una volta aiutando Putin».
Questa guerra sta mostrando (ancora una volta) tutti i limiti dell’Onu. Ma questa volta forse anche l’inconsistenza del gruppo dei Brics?
«Beh, i limiti dell’Onu non serviva questa guerra a dimostrarli. Era bastata Gaza o l’invasione dell’Ucraina e prima ancora tante altre cose, come tutte le risoluzioni ignorate da Israele da decenni. I Brics sono un’alleanza di tipo commerciale, non prevede missioni di sicurezza. Più simile alla Nato sarebbe la Sco, Shangai cooperation organization, ma anche quella non arriva ad accordi di mutua assistenza per la difesa tra i paesi che ne fanno parte. L’Iran fa parte dei Brics da poco tempo, dopo una serie di discussioni. Ma insomma mi sembra che al di là della singola sigla, stiamo assistendo all’impotenza delle organizzazioni internazionali di fronte a una politica internazionale predatoria che vede gli Usa principali protagonisti».
Visto il suo status la Cina potrebbe assumere un ruolo centrale nella diplomazia internazionale eppure, non sembra interessata a esercitarlo, come mai?
«La Cina non assume quel ruolo perché non è interessata a farlo, non le interessa poi in particolare quell’area del mondo, non rientra nella sua sfera di influenza principale. È molto più interessata a quello che succede in Myanmar o nelle Filippine rispetto a quello che sta accadendo in Iran. In più la Cina è in attesa dell’incontro che ci sarà a fine mese tra Trump e Xi Jinping; quindi, in questo momento non ha nessuna intenzione di alzare la tensione con gli Stati Uniti nel momento in cui si appresta a ricevere la visita del capo di stato americano e come sappiamo le partite aperte tra i due Paesi sono tante».
Dobbiamo preoccuparci per Taiwan?
«Direi di no perché la Cina non agisce su quello che ritiene essere un punto della sua agenda interna a seconda di quello che succede nello scenario internazionale. La linea della Cina su Taiwan se vogliamo è molto semplice: Taiwan è una provincia ribelle, dovrà esserci una riunificazione, con la pace, ma senza escludere la possibilità di usare la forza. Questo significa però che ci sono tante possibilità rispetto a Taiwan e che Pechino non agisce come agiremmo noi in certe circostanze e magari per fortuna».
Nel suo podcast recentemente ha raccontato di un’altra «guerra», quella tra le aziende di Ai americane e i contratti bellici con il Pentagono. Perché è importante? Qual è la situazione?
«È importante perché ci racconta come sono le guerre di oggi e quelle del futuro. Se la guerra in Ucraina è stata a lungo una guerra in cui la tecnologia era importante ma poi alla fine il confronto sul campo è stato quasi novecentesco, le operazioni in Venezuela e poi in Iran sono state più sofisticate, senza nemmeno l’impiego di truppe a terra, poi vediamo se rimarrà così. Questa guerra tra aziende ci racconta anche la rilevanza che queste corporazioni ormai hanno nel governo americano, visto che i loro software sono ormai integrati nei sistemi di difesa statunitensi».
Lato Ai a che punto sono i software cinesi rispetto a quelli americani? Si era parlato molto di Deepseek un anno fa…
« La competizione è sempre simile, ma sono anche due logiche diverse. La Cina ora ha lanciato un piano quinquennale, 2026-2030, che vedrà l’Ai assoluta protagonista, ma soprattutto a livello di governance, logistica, infrastrutture e industrie. La Cina vede l’Ai come uno strumento per la modernizzazione; quindi, è più propensa per cercare di migliorare il progresso interno e il benessere interno. Questa è una cosa che noi molto spesso dimentichiamo, ossia tutto quello che accade fuori dalla Cina per il partito comunista cinese, per la governance del Paese, è una preoccupazione, ma nel senso che rischia di rallentare la modernizzazione della Cina, l’interno è quello che interessa di più».
Nella partita dei chip la Cina ha raggiunto gli Usa?
«No non ancora, però l’obiettivo della leadership rimane quello dell’autosufficienza tecnologica, anche se non credo che sia raggiungibile in un tempo ristretto. Tra l’altro ora il sistema di programmazione e sussidi statali rischia di rallentare alcuni salti tecnologici e processi. Sui chip non sono ancora al livello di Taiwan e Stati Uniti».
I suoi ultimi libri sono stati un successo c’è qualcosa di nuovo in arrivo?
«Sì, il 7 aprile esce il mio nuovo libro con Mondadori, si intitola “Lo specchio americano. Lo sguardo della Cina sugli Stati Uniti”. Abbiamo passato gli ultimi 30 anni a giudicare la Cina, a chiederci cosa fosse e non ci siamo invece mai chiesti cosa pensano loro di noi, a cominciare dagli Usa che ai loro occhi rappresenta l’Occidente. Con questo libro proviamo a dare una prima risposta».
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