domenica 1 Marzo, 2026

Riprese le ricerche di Sara Pedri nel lago di Santa Giustina

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La ginecologa di Forlì è scomparsa in val di Non 5 anni fa, dal 2023 interrotte le perlustrazioni. La sorella Emanuela: «Speranza ridotta a un lumicino. Basta un segno per dirci che è lì sul fondo, ad esempio i suoi occhiali»

Sono riprese le ricerche di Sara Pedri, la ginecologa 31enne di Forlì scomparsa quasi cinque anni fa nei dintorni del lago di Santa Giustina, in val di Non: «Speranza ridotta a un lumicino. Ci basterebbe trovare gli occhiali che indossava quel giorno, una scarpa, la carta d’identità. Un segno che lei è lì», Emanuela, la sorella di Sara, fatica a trattenere l’emozione. Le operazioni sono state riattivate ieri dopo che lo scorso 27 aprile 2023 erano state sospese per mancanza di esiti concreti. In campo i carabinieri della compagnia di Cles con il comandante Federico Fontana sul posto a coordinare le ricerche, i vigili del fuoco locali di Revò, Romallo, Cagnò, Banco, Taio, Tassullo, Cles, Cis con i gommoni e il corpo di Coredo che ha passato al setaccio l’area con i droni. È stato perlustrato tutto il lago di Santa Giustina, a partire dalla foce del Noce, tra il ponte di Castellaz e quello di Mostizzolo, la costa destra e sinistra fino in fondo. Le ricerche sono iniziate alle 9.30 del mattino fino le 12, riprese alle 13 fino alle 16.30 del pomeriggio. L’esito è stato negativo, ma le perlustrazioni potrebbero proseguire anche nei prossimi mesi: tra aprile e maggio, con l’abbassamento del livello dell’acqua.
«Sappiamo bene che dopo cinque anni difficilmente troveremo un corpo — rivela— Basterebbe un piccolo segno, qualcosa che ci aiuti a rispondere alla domanda che ci accompagna ogni giorno, senza tregua: sarà lì?». L’auto di Sara— una Volkswagen T-Roc— venne ritrovata proprio nei pressi del ponte di Santa Giustina. Un luogo tristemente noto per il «salto» nel vuoto. Da allora il destino della giovane dottoressa resta avvolto nel mistero. Ma oggi la famiglia torna a credere in una nuova possibilità dopo che nelle scorse settimane il Commissariato del Governo aveva accolto l’appello della famiglia Pedri di riprendere le ricerche. «Ci basterebbe anche solo una sua scarpa— continua— Il paio di occhiali da vista blu-viola che indossava quel giorno e che ancora mancano all’appello». Non è mai stata ritrovata neppure la carta d’identità. Un elemento che, per la famiglia, assume un valore simbolico: «È come se si fosse frantumata la sua identità. Nelle sue ultime parole diceva di non voler essere un peso per sé, per gli altri, per l’ospedale — riflette ancora Emanuela— Sono convinta sia finita in fondo al lago. In lei c’era un dolore silenzioso». Sara lavorava all’Ospedale Santa Chiara di Trento. Dopo la scomparsa, i familiari hanno portato avanti un doppio percorso: la ricerca del corpo e la richiesta di giustizia, ritenendo che la giovane fosse stata vittima di mobbing. Il primario Saverio Tateo e la vice primaria Liliana Mereu sono stati processati e assolti dall’accusa di maltrattamenti in concorso; nel procedimento si erano costituite 21 parti civili. La convinzione è che Sara si sia lanciata volontariamente. Eppure, anche nella consapevolezza più dolorosa, resta il bisogno di una risposta concreta. «Cercarla significa non farla sparire una seconda volta. In un mondo che sembra credere solo a ciò che vede, noi continuiamo a dire che lei c’è stata».