L'intervista

venerdì 20 Febbraio, 2026

Barbara Tomasoni e l’arte del restauro: «È cura dell’invisibile, il lavoro perfetto è quello che non si vede»

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La prima donna alla guida della Vallagarina per Confartigianato si racconta: dalle radici storiche nella macelleria di famiglia a Rovereto fino alla tutela dei beni culturali e alle sfide per la categoria

Barbara Tomasoni, classe 1971 (compleanno il 24 marzo), grande carica empatica: siede in Giunta dell’Associazione Artigiani Confartigianato Trentino, come presidente territoriale per la Vallagarina. È la prima donna a ricoprire la carica in Vallagarina. Succede a Enrico Boni e prima, con il mandato di Marco Segatta, era vicepresidente aggiunto dell’Associazione. Figlia d’una dinastia di commercianti, un fratello docente all’Università di Salamanca, ha seguito la vocazione della restauratrice, professione altamente specializzata che nasceva “a bottega”, ora da percorso di laurea Magistrale, che richiede un grande patrimonio di conoscenze, sensibilità («Le opere su cui lavori non escono più dal cuore», dice) e pazienza. Ha un marito comasco, Germano Rossini, conosciuto durante il restauro degli affreschi del Teatro Sociale di Trento; galeotto fu il ritocco alla “Patria” affrescata sul soffitto da Alcide Campestrini. Assieme alla collega Cristina Gasperotti porta avanti “Ocra Restauri snc”, impresa specializzata nella cura di beni tutelati, dalle pitture su tela e tavola, alle sculture policrome, dagli affreschi ai manufatti lapidei, affiancando i musei per allestimenti e disallestimenti. «Stiliamo i “condition report” – racconta – documenti che fotografano nel momento lo stato di conservazione di opere prestate, trasportate, esposte, per fini soprattutto assicurativi». E che abbia un’idea precisa di quando un restauro sia perfetto appare chiaro: «È quello che non si vede» dichiara, citando lo storico dell’arte Cesare Brandi.

Barbara, come è presiedere un’associazione soprattutto maschile?
«Mah… è vero, gli artigiani in generale sono uomini e sono molto concreti, non amano dilungarsi in filosofie e sofismi e pretendono concretezza. Ma ci sono anche molte donne capaci, forti e resilienti che sono ben presenti nel mondo artigiano, come Daniela Bertamini, la vice presidente dell’associazione, che affianca il presidente provinciale Andrea De Zordo. Questo ruolo mi piace, lavoro con gli altri presidenti territoriali per salvaguardare al meglio le imprese artigiane che sono e rimangono parte fondamentale a presidio del territorio.»

Quali sono le istanze più sentite che gli artigiani le chiedono di portare in Comune?
«Riguardano sicuramente il piano del traffico, che a Rovereto impone giri oziosi e che fa sentire in trappola. Questo è un problema annoso, assolutamente presente nel decalogo del mio insediamento. Sono consapevole che per variare il piano ci vorranno anni, ma bisogna iniziare ad entrare nel merito, riconsiderare che l’istituzione di una ZTL per un artigiano è fortemente penalizzante. Non si pretende di entrare gratis, ma vorremmo un pass dedicato per lavorare.»

Sembrerebbe logico.
«Sì, ma le cose non sono così lineari. Certamente per un’amministrazione comunale è complicato gestire un quadro complesso, ricco di richieste diverse, ma bisogna puntare sulla comunicazione; informando non ci si salverà dalle critiche, ma il cittadino non si sentirà disatteso nelle aspettative. Lavorare solo sotto traccia, inoltre, credo non valorizzi il lavoro svolto dalle persone.»

Comunque, ha senso chiamare urbanisti dalle metropoli padane per stilare un piano del traffico in un gioiello complesso del ‘700 come la nostra città?
«Ha senso nella misura in cui potrebbe lavorare senza pregiudizi, ma dopo si dovrebbero assolutamente ascoltare le istanze dei cittadini. Guidare macchine sempre più grandi sulle nostre vie è complicato, così come trovarsi bloccati lungo un’arteria principale come la statale.»

Da presidente territoriale della Confartigianato trentino lei ha la delega sulla scuola, cioè?
«Seguiamo i cambiamenti che avvengono all’interno degli Istituti Professionali e non per la formazione e l’orientamento. Oggi per molti percorsi professionali il riconoscimento della qualifica di Tecnico la si ottiene già dopo 4 anni, un obiettivo per il quale tutte le associazioni di categoria hanno lavorato, accanto all’assessorato provinciale e ai dirigenti scolastici. Dopo, per chi vuole accedere all’Università, c’è il Capes.»

Il restauro richiede doti da creativi. «Sì, ma di una creatività fortemente organizzata si tratta. Prima di intervenire sull’opera devi prepararti a lungo, studiare, capire la superficie su cui andrai a operare, diagnosticarne problematiche, scegliere materiali giusti … non c’è spazio per l’improvvisazione. Già alle superiori avevo deciso quale sarebbe stata la mia strada e dopo il diploma sono andata a Firenze, all’Istituto Spinelli per l’arte e il restauro. Sono tornata nel Trentino nel ’93. Nel 2000, poi, ho cofondato “Ocra Restauri”.»

Perché questo nome? «È “Arco” all’incontrario, la prima sede era in quella località.»

Ora occupa il posto più selvatico della città, l”Opificio delle Idee”, oltre l’ex Cartiera, tra gli speroni bassi del Monte Pasubio che dominano un ramo del Leno.
«Località Sega di Trambileno: siamo nel complesso di Trentino Sviluppo un tempo occupato dall’oleificio Costa, in un laboratorio ampio, luminosissimo, affascinante.»

I Tomasoni sono roveretani doc. «Sì, famiglia di commercianti. Il bisnonno Ottavio vendeva vino, aveva cantina sotto la nostra casa di Via Dante, poi nonno Anacleto si mise a commerciare in carni, lavoro proseguito da papà Ermanno.»

Sulla casa è rimasta ancora l’insegna della macelleria.
«È una ex caserma austroungarica. Il bisnonno Ottavio era Kaiserjäger.»

Anche la macelleria dei suoi genitori, che ha funzionato fino al 2006, rappresenta un tassello importante della storia cittadina.
«I miei genitori erano molto amati; a Rovereto sono stati i primi a portare la cucina in una macelleria. A mettersi in gioco era stata la mamma, Maria Luisa Pizzini, inizialmente preparando trippe e canederli, poi cotolette, polpette, arrosti, pollo allo spiedo, patatine fritte…»

Pionieri del gourmet urbano moderno.
«Sì, e la macelleria di sabato si trasformava in punto di ritrovo. L’idea era nata dopo la bicchierata che avevamo organizzato nel 2000 per il mio matrimonio: da allora ogni sabato clienti e amici, la famiglia Festini Mario e Licia, o Gigi, l’indimenticabile atleta di pallamano Luigi Vecchio, arrivavano con una bottiglia per il brindisi. Noi offrivamo le patatine fritte, loro il cin cin e la macelleria si trasformava in salotto. Era un rito.»

Ha un fratello che insegna a Salamanca…
«Sì, Matteo, con cui ho un legame molto forte. Avevo 11 anni quando è nato e la sua prima parola è stata “tata”, cioè io. Insegna Storia Contemporanea in Spagna, dove capitò per un anno accademico a Valladolid. La passione per la Storia è di famiglia, del resto.»

Ci dice un suo rammarico?
«Il mancato riconoscimento, effettivo, della professione di restauratore in Italia, titolo formalmente riconosciuto dal Ministero della Cultura con equiparazione alla laurea, ma che nelle procedure di gara pubbliche non viene adeguatamente valorizzato. Gli enti, che dovrebbero essere i primi custodi e promotori della Cultura, impostano frequentemente le gare al massimo ribasso, senza tenere conto dell’elevato livello di specializzazione richiesto, né della responsabilità tecnico-scientifica assunta dal restauratore su beni culturali unici e irripetibili. Questo settore, prevalentemente femminile, non è standardizzabile, nè sostituibile con processi automatizzati, è lavoro che richiede esperienza, capacità diagnostica, sensibilità materica, manualità raffinata e responsabilità decisionale. Ogni intervento è il risultato di un sapere tecnico e culturale della persona costruito nel tempo.»