L'intervista

martedì 17 Febbraio, 2026

Elio: «Chi suona ride e fa anche ridere. La cultura ci rende famosi all’estero, ma spesso non lo riconosciamo»

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A Trento con «Quando un musicista ride», da una canzone di Jannacci, l'artista racconta Milano. «Tra gli anni Sessanta e Settanta fu culla di talenti unici»

Senza abbandonare la caratteristica cifra stilistica che unisce la musica alla comicità, Elio torna a teatro insieme alla sua band di giovanissimi virtuosi e porta in scena un omaggio agli artisti eccentrici che hanno caratterizzato la Milano degli anni ’60 e ’70, reinventando la canzone tra cabaret e teatro. Con «Quando un musicista ride» il cantautore milanese – insieme ad Alberto Tafuri, Martino Malacrida, Pietro Martinelli, Matteo Zecchi e Giulio Tullio – esplora l’immenso repertorio «seriamente comico» in cui si collocano Giorgio Gaber ed Enzo Jannacci, Dario Fo e Cochi e Renato ma anche tante altre figure accomunate dalla natura controcorrente e sperimentale della propria arte, che ha sorpreso e divertito il pubblico con la stravaganza e l’anticonformismo tipici della libertà creativa. L’appuntamento è per sabato alle 20.30 all’auditorium S. Chiara a Trento, per il penultimo spettacolo della rassegna «Audipop».

Elio, com’è nato «Quando un musicista ride»?
«È nato sull’onda del successo del mio spettacolo precedente su Enzo Jannacci dal titolo “Ci vuole orecchio”. Nessuno si aspettava, meno di tutti io, che andasse così bene: l’ho fatto soprattutto perché volevo cantare Jannacci e pensavo di portare in scena poche repliche… invece siamo andati avanti tre anni e avremmo potuto andare avanti ancora. Allora mi è stato chiesto di pensarne un altro e quindi, insieme al regista Giorgio Gallione, abbiamo ideato “Quando un musicista ride” che parte sempre da Jannacci, allargandosi poi ad artisti intorno a lui, tra cui Giorgio Gaber e Cochi e Renato, per citarne alcuni. Nello spettacolo ci sono canzoni bellissime affiancate a pezzi recitati e il tutto contribuisce a restituire uno spaccato della Milano abitata da tutti questi artisti negli anni ’60-’70».

Perché la scelta di questo titolo?
«Lo spettacolo prende il suo titolo da una canzone di Enzo Jannacci, ma si ricollega anche al fatto che, nella mia esperienza, chi suona ride anche molto spesso, perché l’ambiente della musica è molto allegro, o almeno lo sono quelli che ho frequentato io. Perché, insomma, chi suona ha sempre qualche valvola messa male (ride, ndr) e quindi nell’ambito nascono e si incontrano personaggi molto interessanti».

Si tratta quindi di un format originale che va oltre la musica per entrare nella prosa.
«Sì, anche se senza esagerare, perché io non sono un attore. Però, qualche pezzo al posto di essere cantato viene letto: qualche sketch di Cochi e Renato, una favola di Umberto Eco, cioè la rivisitazione di “Cappuccetto Rosso”… e altri che appunto dipingono la Milano di quegli anni lì, quella in cui sono cresciuto e che, senza dubbio, mi ha ispirato, e come me tanti altri. È inoltre la Milano di allora vista oggi, riflettendo sul fatto che è un caso unico, qualcosa di irripetibile, perché in quegli anni ha prodotto una bella quantità di artisti tutti folli e surreali, una cifra unica».

E come descriverebbe, invece, la Milano di oggi?
«Benché Milano cambi continuamente aspetto, a me sembra che mantenga sempre più o meno lo stesso spirito. Certamente oggi ci sono meno possibilità per chi voglia esprimersi artisticamente rispetto a prima, e questo è il frutto di una mentalità – non solo a Milano ma in tutta Italia – che considera la cultura come qualcosa che se c’è bene e se non c’è bene lo stesso, senza rendersi conto che noi siamo un Paese conosciuto in tutto il mondo essenzialmente per la cultura».

Milano, tra l’altro, al momento si trova sotto gli occhi del mondo per via delle Olimpiadi. Come le sta vivendo lei da milanese?
«Abito a Porta Romana, quindi veramente a un tiro di schioppo dal villaggio olimpico e dal palazzetto dove si tengono le varie gare sul ghiaccio. Però devo dire che per me e per chi vive qui è come se non stesse accadendo niente, non si vede niente e non cambia molto, anche perché la città è sempre piuttosto frenetica. Non hanno un grande impatto… ho anche chiesto al parrucchiere e al bar ma hanno tutti il mio stesso parere».

Com’è per lei portare sul palco l’unione tra cantautore, narratore e intrattenitore?
«È qualcosa che ho sempre fatto. I primi anni, però, lo facevo in maniera incosciente e non assolutamente organizzata: mi sono sempre inventato tutto quello che andavo a dire sul palcoscenico. Adesso, invece, con questi spettacoli, affidandomi a Gallione che è un professionista, le cose sono costruite in modo più serio».

Cosa potrà aspettarsi il pubblico da «Quando un musicista ride»?
«Il mio obiettivo è sempre il solito: non far addormentare spettatori e spettatrici. E penso proprio che non si addormenteranno, anzi, si divertiranno».

Ultimamente è stato spesso da queste parti: qual è il suo rapporto con Trento e il Trentino?
«Trento mi piace molto, è una bellissima città e da appassionato di storia per me è sempre un’emozione venirci, perché sono successe tante cose importanti. Poi sì, anche in Trentino sono stato più volte, soprattutto in montagna, e lo trovo un luogo bellissimo».