Cultura
sabato 14 Febbraio, 2026
Il manifesto di Gabriel Kuhn: «Il calcio è il gioco del popolo, ma è sotto attacco. Riprendiamocelo boicottando la Fifa»
di Carlo Martinelli
L'autore di «Un calcio al potere» denuncia la deriva del sistema tra affari e politica: «Il gioco appartiene al popolo, ma Infantino lo ha trasformato in una farsa. Rovesciare questo potere è un atto di libertà»
Arriva anche in Italia un saggio decisivo nel raccontare da un punto di vista spesso ignorato quella che è la passione mondiale numero uno: il calcio. Ovvero la divisione tra coloro che ritengono impossibile conciliare l’impegno etico e civico con l’entusiasmo per un fenomeno sempre più compromesso e asservito alle logiche economiche, e dall’altra tutti coloro che, nonostante queste contraddizioni, continuano a guardare al calcio come a un possibile strumento di riscatto e trasformazione sociale. L’autore di «Un calcio al potere. Gioco e lotta sociale», l’austriaco Gabriel Kuhn (nato nel 1972, un passato giovanile da calciatore, nella serie B austriaca, poi attivista libertario giramondo, autore di vari titoli) appartiene alla seconda categoria. La stessa di Albert Camus quando scriveva «tutto quello che so sulla moralità e sui doveri degli uomini lo devo al calcio». «Un calcio al potere» è edito da Elèuthera con una ottima prefazione di Pierpaolo Casarin (248 pagine, € 19).
Il calcio, sottolinea con forza Kuhn, conserva un’anima ribelle, forse più di qualsiasi altro sport il cui destino è stato quello di essere cooptato da affaristi e politici corrotti. In una indagine a tutto campo sui nessi fra calcio e politica, Kuhn ne ripercorre la storia facendone emergere luci e ombre, e si confronta con quegli aspetti combattuti da chi aspira a un cambiamento radicale della società, come il nazionalismo, l’intolleranza o la commistione con ambienti di destra. Al tempo stesso racconta di un altro calcio – quel «gioco del popolo» mantenuto vivo da molti calciatori, squadre e intere comunità – ed esplora gli approcci e le prospettive alternative di un calcio egualitario e autorganizzato. All’indomani della decisione del Cio, alle Olimpiadi invernali, di squalificare l’atleta ucraino perché aveva scelto di indossare un casco con le immagini degli atleti del suo Paese morti in guerra, è d’altronde più che mai di attualità quello che si sente ripetere a piè sospinto: «Sport e politica non vanno mescolati».
È proprio così, Gabriel Kuhn: sport e politica non vanno mescolati?
«Pura ipocrisia. Tutto è politico e, contrariamente a ciò che predica, chi è al potere in realtà non si fa nessun problema a mescolare sport e politica, purché il risultato sia funzionale ai propri interessi».
Sta pensando a qualcosa di particolare?
«Non esiste esempio più lampante della recente “bromance” (lo stretto rapporto, non sessuale, tra due o più uomini, ndr) tra il presidente della Fifa Gianni Infantino e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Ne abbiamo avuto un assaggio quando Infantino ha invitato Trump alla cerimonia di assegnazione del trofeo di uno dei tornei più inutili nella storia del calcio, la Coppa del mondo per club Fifa. Ma quando Infantino ha consegnato a Trump il primo Premio per la pace della Fifa, inventato appositamente per lui dopo che aveva mancato il Premio Nobel per la pace, ha dimostrato ciò che sospettavamo da sempre: è un uomo che non conosce vergogna».
Eppure non è parso di cogliere particolare indignazione nell’opinione pubblica…
«È la parte più triste di tutta la faccenda: ci siamo talmente abituati a questi affronti alla dignità umana più basilare che c’è stata a malapena qualche protesta. Certo, la maggior parte delle persone trova tutto questo ridicolo, ma si limita a scrollare le spalle. Ma per quanto tempo accetteremo che simili pagliacci trasformino in farsa ciò che è stato creato dagli sforzi collettivi delle persone?».
È la tesi del suo libro?
«Certo, non è merito della Fifa se il calcio è lo sport più popolare al mondo. Il calcio è lo sport più popolare al mondo perché milioni di persone, in tutto il pianeta, lo praticano da 150 anni su campi improvvisati, utilizzando qualsiasi cosa possa tecnicamente fungere da pallone e con regole adattate alle circostanze in cui si trovano. Ciò che unisce tutti è la gioia del gioco, del movimento e dell’attività fisica, e di un’esperienza collettiva che talvolta finisce in conflitto ma il più delle volte porta a fare nuove amicizie, ad ampliare i propri orizzonti e a imparare di più su sé stessi e sul mondo».
La narrazione spettacolare che se ne fa, tutta legata all’economia, parla d’altro…
«Eppure il calcio è davvero il gioco del popolo, ma è sotto attacco da parte di personaggi come Infantino, che cercano di appropriarsene per le uniche cose a cui sono veramente interessati: potere e denaro. È giunto il momento di riprendersi il gioco del calcio, di boicottare la Fifa e di sabotare l’industria del calcio moderno. Purtroppo le federazioni calcistiche, i club di alto profilo e i giocatori famosi sono troppo coinvolti nello spettacolo per poter contare su di loro. Celebreranno i Mondiali 2026 nonostante le assurdità che li accompagnano: dalle buffonate di Trump al numero eccessivo di squadre (beh, almeno fa comodo all’Italia, suppongo!), fino a un’impronta ecologica disastrosa, con i tifosi costretti a viaggiare per migliaia di chilometri tra una partita e l’altra».
Il suo libro racconta di un altro calcio. Che certamente non gode di particolare visibilità.
«Sì, esiste un contro-movimento in crescita da decenni. Si esprime in leghe “selvagge” e “colorate”, e in tornei come i Mondiali antirazzisti, nel calcio popolare, nei tifosi che protestano contro le misure di sicurezza restrittive, i prezzi dei biglietti elevati e gli orari di inizio scomodi (sempre a beneficio delle emittenti televisive, ovviamente). Unendo queste forze, potremmo creare un movimento con cui fare i conti, non solo per conquistare un calcio diverso, ma anche una politica diversa. Oggi, rovesciare la Fifa è più che un atto politico simbolico: gli effetti a catena sarebbero enormi».
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