L'intervista

sabato 14 Febbraio, 2026

Francesca Melandri e le Olimpiadi tradite: «La squalifica di Heraskevych una vergogna, il Cio è suddito del potere»

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La scrittrice a Trento. «Il Premio della Pace della Fifa a Trump? Uno spettacolo grottesco. È tempo che gli organismi sportivi internazionali diventino democratici»

Anche se spesso non preso in considerazione in maniera approfondita, quello tra sport e democrazia è un rapporto che nelle sue diverse sfaccettature può fungere da interessante chiave di lettura per comprendere lo stato di salute delle istituzioni democratiche, nonché delle relazioni internazionali, soprattutto in tempi diplomaticamente non rosei. Ed è proprio di sport, pace e diritti dentro un mondo in guerra, riflettendo sulla possibile opportunità offerta dallo spirito olimpico a un 2026 iniziato all’insegna di scontri internazionali, che sabato 14 febbraio hanno discusso allo Spazio Ex Niccolini in Piazza Battisti a Trento la scrittrice e sceneggiatrice Francesca Melandri, il professore dell’Università di Bologna Nicola Sbetti e l’allenatrice di pallavolo Alessandra Campedelli, già allenatrice delle nazionali femminili di Iran e Pakistan, con la moderazione del direttore della Fondazione Trentina Alcide De Gasperi Marco Odorizzi. L’evento, dal titolo «L’inverno della democrazia», fa parte di «Gimme Five», lo spazio di riflessione dentro e attorno allo sport organizzato in città in concomitanza con le Olimpiadi di Milano Cortina.

Melandri, sotto quali aspetti ci troviamo a vivere un «inverno della democrazia»?
«Non ho scelto questo titolo e non sono sicura di essere d’accordo. L’inverno è il periodo del riposo, dell’ibernazione mentre ritengo al contrario sempre più chiaro che senza l’attiva partecipazione dei cittadini né democrazia né tantomeno le istituzioni democratiche si mantengono da sole. Le nostre democrazie sono attaccate da tanti nemici, sia interni – i populismi di ogni colore che denigrano e mancano di rispetto allo stato di diritto e alle sue istituzioni – sia esterni – gli autocrati come Trump e Putin che attraverso la tv o dei portavoce dichiarano apertamente che è la democrazia europea il loro vero nemico. Per chi vuole non solo proteggere ma anche rendere più forte la democrazia, questo non è il tempo della stasi ma della partecipazione».

In un 2026 segnato nel suo inizio da scontri internazionali, pensa che le Olimpiadi possano fungere da leva per scenari diplomatici migliori?
«No, anzi, tutt’altro. Purtroppo, le istituzioni olimpiche non si stanno dimostrando all’altezza di questi tempi gravi. Il CIO ha dato un vergognoso spettacolo squalificando l’atleta ucraino Heraskevych perché ha osato porre sul casco le foto di atleti vittime della guerra di aggressione russa: la più giovane era una pesista di 14 anni uccisa da un bombardamento, invito i lettori a googlare il suo nome, Alina Perehudova, e a guardare la sua foto. Allo stesso tempo, il CIO ha permesso all’atleta italiano Fischnaller di gareggiare con la bandiera di chi ha bombardato e ammazzato Alina sul casco. Per questo Comitato Olimpico la frase “lo sport deve restare fuori dalla politica” significa chiaramente “lo sport deve esprimere solo la visione politica nostra e dei nostri amici”. Se c’è qualcosa di bello e di buono che si può ricavare da queste Olimpiadi è solo merito degli atleti e del pubblico, e degli infaticabili organizzatori locali, non certo a livello di istituzioni internazionali».

Crede che le democrazie possano trarre ispirazione dai valori olimpici, e più in generale sportivi, per una politica diversa e più giusta?
«Per i motivi detti sopra, se vogliamo che lo sport su grande scala continui a rappresentare un esempio e un ideale, non è più rimandabile un drastico rinnovamento democratico degli organismi internazionali sportivi. Penso anche alla FIFA che, recentemente, assegnando quel ridicolo Premio per la Pace a Trump, ha dato uno spettacolo grottesco di sudditanza al potere».
Pensa che lo sport possa fungere da esempio positivo per cittadine e cittadini, ricordando loro i valori della democrazia?
«Lo sport di base è uno dei maggiori e più sottovalutati collanti della società e quindi della democrazia. Aiutare la democrazia attraverso lo sport vuol dire devolvere per l’accesso allo sport per tutti i cittadini di ogni età – e non solo nelle regioni prospere come il Trentino – una frazione dei budget ipertrofici dello sport che va in tv, soprattutto il calcio».

Riferendoci invece ai suoi romanzi: come e perché un racconto di persone comuni risulta efficace per parlare della grande storia e per trasmetterne i messaggi?
«C’è un fraintendimento di base: 80 anni di pace in Europa dell’Ovest hanno portato molti a coltivare l’illusione che la Storia non sia fatta di carne, sangue e materia, ma di simboli e astrazioni il cui scopo primario è la trasmissione di messaggi per i posteri. Non è così. La Storia è un insieme di eventi, pratiche, fatti, esperienze umane – soprattutto queste – che non hanno alcuno scopo oltre a sé stessi, né alcuna possibilità di essere compresi al di fuori delle dinamiche che li hanno provocati. Il tempo in cui si svolge la Storia è il presente. Coloro che oggi si trovano a vivere le vicende che in futuro saranno nei libri di storia questo lo sanno benissimo: nessuna giovane madre di bambini piccoli sotto le bombe a Kyiv, nessun giovane iraniano mitragliato dalla guardia islamica per strada a Teheran, nessun lavoratore di origine latina chiuso in un campo di concentramento dell’ICE in Texas pensa che ciò che gli sta succedendo sia un messaggio per i posteri. Tutti questi sono eventi politici reali che creano dolore, morte e ingiustizia a esseri umani reali. La domanda andrebbe semmai ribaltata: perché pongo la Storia al centro dei miei romanzi? Perché trovo che questa sia una via ricca e interessante – anche se certo non l’unica – per esplorare con la letteratura l’esperienza umana».