Cultura
martedì 10 Febbraio, 2026
«Flyover Country», le tre date in Trentino dello spettacolo ispirato al libro del vicepresidente Vance: «Raccontiamo l’America divisa»
di Jacopo Tomasi
Dialogo con Riccardo Tabilio: «Sul palco la rabbia della periferia degli Usa»
Cosa succede quando i territori dimenticati diventano il centro della storia? È quello che racconta «Flyover Country», il testo teatrale scritto dal drammaturgo di origini altogardesane Riccardo Tabilio, con la regia di Silvio Peroni e la produzione di Evoè!Teatro, che – dopo la data di Tesero – prosegue la tournée trentina con tre appuntamenti: il 12 febbraio al teatro alla Cartiera di Rovereto, il 19 febbraio al teatro comunale di Pergine e il 21 febbraio al teatro Sartori di Ala.
Lo spettacolo – interpretato da Alice Conti, Gabriele Matté, Emanuele Cerra – porta in scena l’America delle periferie invisibili, luoghi fuori dalle mappe del potere e del racconto mediatico, ma sempre più centrali nel determinare gli equilibri politici e sociali degli Stati Uniti. Partendo liberamente dal caso editoriale sui poveri bianchi «Hillbilly Elegy» dell’attuale vicepresidente degli Stati Uniti J.D. Vance (celebre anche il film «Elegia Americana» di Ron Howard), Tabilio costruisce una storia familiare che diventa ritratto di una nazione ferita e arrabbiata, ma anche uno specchio in cui l’Europa — e anche il nostro Trentino — possono riconoscere fragilità e contraddizioni.
Tabilio, «Flyover Country» si riferisce agli Stati americani che «meritano solo di essere sorvolati» perché non c’è nulla da vedere. Periferie invisibili che però sono sempre più centrali per il destino dell’America e, quindi, del mondo. Che cosa l’ha spinta a partire proprio da lì per raccontare questa storia, che non parla però solo di America?
«Mi ha spinto l’impressione di un parallelismo forte, la sensazione che queste parti d’America, marginali e determinanti per il futuro del mondo, assomiglino anche al nostro Trentino. Mi spiego: molti hanno negli occhi il Trentino turistico, anche olimpionico in questo periodo, l’aria pulita, le mele sugli alberi… Il Trentino che quando lo nomini ti rispondono “che bel posto”! C’è però anche un Trentino – che fa parte della mia memoria – con paesi meno baciati dal sole, un Trentino duro, diffidente, marginale rispetto al centro, a Roma, all’Europa, al mondo. E questo ambiente può generare malumori e proteste».
Il testo teatrale si ispira a «Hillbilly Elegy» di J.D. Vance. Che cosa, in quel libro, le è sembrato così potente da essere portato a teatro?
«Diciamo subito che è un libro che mi è piaciuto di una persona che non mi piace. Ho preso spunto, ma poi il mio testo ha acquisito presto una sua autonomia. L’ho anche spostato dalle terre dell’Ohio e del Kentucky dov’è ambientato per portarlo in un’America più di frontiera, in Oregon, nello Stato di Washington, posti che amo perché molto naturali e semi-disabitati. Nel libro quello che mi ha colpito è il racconto di una popolazione che si sente abbandonata: che ha vissuto il boom economico quasi senza percepirlo, ha visto persone arricchirsi, altre decretare usi e costumi ed è sempre stata “fuori”. Questa marginalità ha determinato una rabbia e un rancore che sento vicini anche da noi in Europa, in Italia, in Trentino».§
Che reazione vede nel pubblico mentre guarda lo spettacolo? Mentre osserva persone così arrabbiate ed escluse?
«Abbiamo già fatto alcune date e ho visto in sala un pubblico curioso e interessato. Magari ci sono persone che hanno letto il libro di Vance e vengono a teatro chiedendosi: “vediamo questo cosa ci ha trovato per portarlo sul palco”…».
Raccontando la periferia americana di fatto racconta anche le nostre periferie…
Sì, come dicevo prima siamo spesso abituati a uno stereotipo che racconta le Alpi, le montagne come aria pulita e acqua pura e tutti col sorriso sulle labbra. In realtà penso che la ricchezza che ha travolto molti di questi territori non sia stata e non stia bene a tutti. C’è stato un arricchimento asimmetrico perché dettato soprattutto dal turismo che sappiamo essere un settore che non appiana le disuguaglianze».
Che cosa rischiamo di non capire, qui in Europa, se smettiamo di guardare a quello che accade nella società americana?
«La mia lettura è semplice: se non guardiamo con occhio libero di pregiudizi alle forme di protesta, resistenza e anche repressione che accadono oltre Oceano, se non le guardiamo in faccia, non vediamo noi stessi. La nostra diversità è un po’ pretestuosa, perché quelle pulsioni le abbiamo anche noi».
Negli ultimi mesi il clima sociale negli Stati Uniti sembra essersi ulteriormente radicalizzato, pensiamo alle azioni dell’Ice in Minnesota. Quando ha scritto il testo immaginava che si potesse arrivare a questo livello di tensione?
«Ci sono due episodi che hanno fatto aumentare la “temperatura”: l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021 e l’attentato in cui è stato ferito Donald Trump il 13 luglio 2024 in Pennsylvania. Questi due momenti hanno velocizzato l’escalation di tensione e devo dire che non sono stupito, i presupposti perché accadesse c’erano tutti, la situazione non sta cambiando e temo che peggiorerà. Quello che sta accadendo a Minneapolis è un po’ diverso, perché si tratta di prove di forza molto verticali da parte delle autorità che stanno facendo una sorta di “stress test” a un pezzo di popolazione disallineato dalla maggioranza di governo».
J.D. Vance oggi è vicepresidente accanto a Donald Trump. Le fa effetto che l’autore di quella storia oggi sia al centro del potere americano?
«Un po’ – pensandoci – mi fa effetto, anche se quando ho scritto il testo era già candidato vicepresidente e quindi temevo accadesse. Anche perché non sono stato tra quelli che si stupirono della sconfitta di Kamala Harris…».
Dopo aver attraversato queste storie e questi luoghi, che cosa le è rimasto addosso personalmente?
«Mi è rimasta addosso la voglia di raccontare storie americane, come fatto con «Flyover Country» e, precedemente, con «QAnon Revolution». Ho un progetto in mente e mi piacerebbe girare di 180 gradi la mappa, non guardare più gli Stati Uniti bianchi, ma andare a vedere e indagare un po’ di subculture. Ho dei contatti in Florida, con esuli cubani, quindi anticomunisti con grandi simpatie verso Trump e il mondo Maga. Il tema potrebbe essere: andare a vedere cosa ha lasciato il passaggio dell’uragano Ian nel 2022, in mezzo ad altri uragani ideologici e sociali che vive quel pezzo di Stati Uniti».
Tornando a «Flyover Country»: perché venire a vederlo?
«Perché racconta una storia molto coinvolgente, molto umana. Una storia raccontata da vicino, che ascolta le piccole emozioni, passo dopo passo, momento dopo momento. Penso abbia senso, attraverso il teatro, guardare di là dall’Oceano perché è come se in mezzo all’Atlantico ci fosse un grande specchio nel quale ci riflettiamo: noi siamo loro e loro siamo noi. E se guardi “Flyover Country” vedi un pezzo di Stati Uniti che ci assomigliano».
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