Il report
sabato 7 Febbraio, 2026
Tregua olimpica violata a Gaza, in Ucraina ed Etiopia: il primo monitoraggio e l’appello per la pace a Milano Cortina
di Redazione
Mentre il report dell’Atlante delle Guerre conferma il fallimento della Risoluzione ONU nei teatri di conflitto, le associazioni scrivono al CIO chiedendo sanzioni contro i Governi belligeranti e la fine della militarizzazione nei territori dei Giochi
Mentre la fiaccola olimpica inizia il suo percorso attraverso i territori di Milano Cortina 2026, il mondo reale sembra viaggiare in una direzione diametralmente opposta agli ideali di fratellanza e armonia celebrati a parole dalle istituzioni internazionali. Nonostante l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite abbia adottato nel novembre 2025 la Risoluzione 80/8, sollecitando gli Stati membri all’osservanza della tregua olimpica per garantire un clima pacifico durante i Giochi invernali, i dati che giungono dal campo raccontano una realtà brutale e disarmante.
Il primo monitoraggio indipendente, curato dalla testata L’Atlante delle Guerre e dei Conflitti nel Mondo, ha infatti già rilevato gravi violazioni della tregua in territori martoriati come Gaza, l’Ucraina e l’Etiopia. In questi scenari, non solo le armi non hanno smesso di sparare, ma si assiste a una sistematica negazione del diritto internazionale e umanitario che rende il concetto stesso di “tregua” una parola svuotata di ogni significato concreto.
Di fronte a questa inerzia, un cartello di associazioni del territorio — tra cui Cortili di Pace, Mosaico APS, Taiapaia e La Bella Stagione — ha deciso di non restare a guardare, inviando una lettera aperta al Comitato Internazionale Olimpico per denunciare l’ipocrisia di una kermesse che rischia di trasformarsi in un palcoscenico per governi che alimentano conflitti. Le realtà firmatarie sottolineano con forza che lo sport non può essere considerato un’isola felice e chiedono al CIO di prendere una posizione netta: «Pace dovrà diventare la parola più detta in queste Olimpiadi, e non si tratta di una finta pace dettata dal padrone di turno, ma di quella pace che risolve i conflitti con gli strumenti del dialogo e della giustizia verso le parti».
Il documento mette sotto la lente d’ingrandimento anche il doppio standard adottato dal sistema sportivo internazionale. Le associazioni evidenziano come la delegazione israeliana possa partecipare regolarmente ai Giochi nonostante un bilancio bellico che a Gaza ha portato all’uccisione di oltre 800 atleti e alla distruzione del 90% delle strutture sportive. In questo contesto, scrivono le realtà locali, «la guerra è la negazione dello sport, e spetta anche al Comitato Internazionale Olimpico contrastarla», chiedendo l’erogazione di sanzioni immediate per quegli Stati che non rispettano gli impegni morali della tregua.
Oltre allo scenario internazionale, la critica investe anche la gestione locale dei territori ospitanti. Gli abitanti denunciano una militarizzazione eccessiva che comprime le libertà individuali e il normale svolgimento della vita quotidiana, specialmente nelle zone limitrofe ai campi di gara come il Lago di Tesero. Il timore è che l’evento olimpico passi sopra le teste delle comunità residenti, ignorando l’impatto sociale e ambientale.
Nella lettera inviata ai vertici del CIO, le associazioni rivendicano un ruolo attivo di controllo, ricordando che «lo sport, anche nelle sue massime espressioni internazionali, non può essere pensato come una bolla di pace, umanità e solidarietà isolata dalla società e dal mondo reale: lo sport riflette la società che lo circonda». Se Milano Cortina 2026 vuole davvero lasciare una “legacy” degna di questo nome, deve smettere di essere solo un’operazione di marketing e trasformarsi in una seria chiamata all’azione contro la guerra. Senza sanzioni rigorose e una voce chiara che delegittimi la violenza, i cerchi olimpici rischiano di restare solo un fregio colorato su un orizzonte dominato dal fumo delle bombe.
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