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martedì 5 Settembre, 2023

Il dolore della montagna: 20 crolli in 10 anni solo in Trentino

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Manca uno storico dei dati ma la sensazione è che siano in aumento. I geologi sulle cause: «Scioglimento del permafrost ed eventi meteo intensi»

Così come l’aria rende possibile il volo e contemporaneamente lo frena, così l’erosione è responsabile della bellezza scolpita delle montagne e causa della sua distruzione. Un fenomeno naturale quindi da accettare, ma che forse ha subito un’inquietante accelerazione negli ultimi anni. «In 10 anni i crolli importanti in Trentino, quindi quelli con centinaia di metri cubi di detriti, sono stati almeno 20 – stima Mauro Zambotto, dirigente del servizio geologico della Provincia di Trento – È difficile dire se si stia registrando un aumento perché ci manca uno storico sul passato, ma di sicuro possiamo dire che i cambiamenti climatici stanno avendo un effetto sui crolli».
Le cause
Temperature sempre più alte e aumento degli eventi meteorologici estremi. Sono questi gli effetti ormai documentati del cambiamento climatico che hanno un grande effetto anche in ambiente alpino. Ed entrambi giocano una parte anche in questi crolli. Per le quote più alte, quelle sopra i 2.800 metri, è soprattutto il riscaldamento climatico a fare sentire il suo effetto. Le tante giornate ormai sopra lo zero termico significano lunghi periodi in cui non solo i ghiacciai si ritirano, ma si scioglie anche il permafrost. «Il permafrost è una sorta di collante che ad alta quota tiene insieme i vari elementi disgregati della roccia – spiega Zambotto – Se lo zero termico si innalza, come successo nelle ultime estati, scompare questo elemento capace di tenere insieme le rocce fratturate e si generano i crolli in alta montagna». A quote più basse invece i crolli sono frutto dello stesso processo millenario: l’erosione. Pioggia, vento e disgelo da sempre scolpiscono il territorio montano. L’anomalia recente è il presunto aumento degli eventi intensi, presunto perché anche in questo caso non avendo uno storico di dati su cui fare confronti è difficile stabilirlo con certezza anche se la sensazione tra i meteorologi è questa. «L’acqua frutto di pioggia o disgelo penetra nei crepacci rocciosi e ne causa il distacco, anche accumuli acquosi possono generare pressione idrostatica e quindi crolli. Di certo gli eventi atmosferici estremi hanno effetti più diretti rispetto alle normali piogge. Se nell’arco di un’ora precipitano più di 30mm di acqua è probabile che questo abbia un effetto diretto sulle montagne. Negli ultimi anni i forti eventi temporaleschi sembrano in aumento e tendono a concentrarsi sui valichi alpini magari investendo violentemente una valle e risparmiando il versante opposto».
I crolli in Trentino
Il combinato disposto di aumento delle temperature e degli eventi estremi quindi ha un effetto diretto sul paesaggio montano. Una ventina i crolli importanti, superiori ai 100 metri cubi, registrati negli ultimi 10/15 anni in Trentino. Se il più recente è stato il crollo delle Cime di Campiglio nel Brenta occidentale, quello è in realtà un distacco tra i più piccoli dell’ultimo periodo, circa 400 metri cubi. Riavvolgendo il nastro si può ricordare l’importante crollo registrato su Cima Lastei nel 2016, quasi 20mila metri cubi di detriti. Le Pale di San Martino sono state testimoni di vari crolli, il più recente nel 2020, quello più significativo: la frana del 2011 dal Sass Maor. Il più grande per quantità è stato quello sul Carè Alto nel 2018, 300mila metri cubi di detriti franarono dalla cima del gruppo dell’Adamello. Fortunatamente vista l’alta quota e trattandosi di una cima impervia non ci furono conseguenze. Più recentemente, nel 2022, un crollo di circa 20mila metri cubi ha quasi investito il sentiero che salendo da Molveno attraverso la valle delle Seghe porta nel cuore del gruppo delle dolomiti del Brenta. Neanche il Latemar è stato immune ai distacchi. Giusto un anno fa un crollo si è verificato vicino alle torri del Latemar. Sempre l’anno scorso si è verificata la tragedia della Marmolada. «Ma quello è un fenomeno diverso non un distacco roccioso – precisa Zambotto – Lì si è trattato dello scioglimento del ghiacciaio». Particolare la situazione del gruppo del Catinaccio e in particolare della valle del passo Principe e della valle Udai. «Quelle sono zone particolarmente detritiche, quindi precipitazioni importanti ridisegnano costantemente il paesaggio, sono zone che teniamo monitorate anche in collaborazione con i bacini montani».

Alcuni dei crolli principali in Trentino

E quelli altrove
Non è solo il Trentino ad essere soggetto a questo fenomeno ovviamente. Recentemente un crollo ha portato alla distruzione del bivacco Meneghello nella lombarda Valfurva ma vicino alla val di Pejo e sul Sassolungo un distacco detritico è arrivato pericolosamente vicino al rifugio Toni Demetz. Sul Carega è caduto l’Omo. La guglia che da tempo immemore faceva compagnia alla Dona, rimasta ora vedova del suo compagno. Cima Una in Alto Adige nel 2011 è stata teatro di una delle frane più importanti della storia recente. Tornando indietro nel tempo chi visita il rifugio Agostini in val d’Ambiez avrà visto e sentito la storia della frana del ’50 arrivata pericolosamente vicina al rifugio e di cui a testimonianza rimane un enorme masso. Appartengono all’antichità invece i Lavini di Marco e le Marocche di Dro, testimonianza detritiche di questo processo millenario che però ha accelerato la sua azione
I rischi
Durante l’ultimo Trento Film Festival un gruppo di alpinisti ha preso parte a «Scalare all’inferno» un evento per raccontare la montagna ai tempi dei cambiamenti climatici. Se l’erosione accelera, sarà necessario prestare ancora maggiore attenzione. Difficile individuare zone più a rischio. «Non ci sono gruppi montuosi più a rischio di altri – conclude Zambotto – Quello che conta sono esposizione e tipo di roccia. Sicuramente i versanti a sud che sono soggetti a sbalzi termici più elevati possono essere più instabili. Ma questo non significa che non bisogna prestare attenzione su quelli esposti a nord». Ad essere più a rischio sarebbero le strutture più isolate e su cui quindi l’erosione può avere un effetto più drastico attaccandone la base. Le torri del Vajolet, le Pale di San Martino, i Campanili del Latemar. Sono queste alcune delle strutture più a rischio. «Le montagne sono scolpite nella loro bellezza dagli stessi fenomeni che ora le minacciano», conclude Zambotto.