L'intervista

domenica 26 Maggio, 2024

Lockyear (Msf): «A Gaza ho visto l’orrore. Vile attaccare gli ospedali»

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Il segretario generale di Medici senza frontiere è stato ospite del Festival dell'Economia di Trento. «I bambini di Rafah simbolo di speranza»

Anche l’attualità è materia del Festival dell’Economia. E non c’è niente di più drammatico e attuale del conflitto in corso a Gaza, i numeri aggiornati parlano di più di 34mila morti a causa dell’offensiva dell’esercito israeliano. Vittime per il 70% donne e bambini. A parlare di tutto questo Trento sarà Christopher Lockyear, segretario generale di Medici Senza Frontiere (Msf). Il numero uno della Ong è stato testimone oculare dell’orrore di Gaza, essendo stato a marzo a Rafah, la zona più a sud della Striscia, dove si sono concentrati quasi tutti i palestinesi e ora sotto il fuoco dell’ultima offensiva israeliana.
Lockyear lei è stato a Gaza a marzo cosa ha visto?
«Ho visto scene di grande orrore, ma sono stato testimone anche di tanti episodi di vera bellezza che raccontano del buono dell’animo umano. Per esempio, in uno dei nostri ospedali ho visto un ragazzino che aveva perso la gamba fare fisioterapia con suo padre. I due avevano anche perso recentemente il fratello del papà, ma mentre facevano riabilitazione si poteva vedere l’amore, la tenerezza e la cura che avevano l’uno per l’altro. Un altro esempio: all’ospedale Indonesian Rafah, dove curiamo i nostri pazienti, c’erano due bambine di appena 5 anni. Entrambe avevano subito pesanti ferite al volto a causa delle bombe, nonostante questo erano il cuore e l’anima dell’ospedale. Ho visto queste due bambine correre per le sale e i corridoi donando amore e attenzione, tenendo alto il morale di tutti, nonostante le loro ferite. Ho visto il nostro personale impegnarsi anche nelle condizioni più difficili, medici e sanitari formarsi sul campo per far fronte alla malnutrizione, un fenomeno che prima non era un problema e quindi era loro sconosciuto da un punto di vista medico. In mezzo a tutto l’orrore dei bombardamenti ho visto scintille di preziosa umanità. Ma dobbiamo anche denunciare che la situazione è catastrofica. Un giorno sono entrato all’obitorio, dopo una notte di bombardamenti, e c’erano più cadaveri che spazio per accoglierli. Contemporaneamente l’ospedale era sommerso di persone ferite o infortunate a seguito delle bombe».
Cosa manca agli ospedali?
«C’era carenza di tutto: medicinali, anestetici, posti. Ho visto medici costretti a prendere decisioni terribili: dare un letto ad una persona ferita oppure a un bambino malnutrito. Io ho speso la maggior parte del mio tempo a Rafah, era difficile andare nel centro o a nord di Gaza. Rafah è al collasso per il numero di persone che ci sono. Un viaggio di 10 minuti in auto diventava un’odissea di un’ora per la quantità di persone per strada e altre ne stavano ancora arrivando».
Com’è la situazione a Gaza adesso?
«È in corso l’invasione di Rafah che è una cosa che temevamo. Il nostro staff è stato fantastico ad adattarsi alla situazione, abbiamo gestito pazienti all’ospedale Indonesian Rafah e stiamo supportando il reparto di maternità e di cura post parto in un’altra struttura. Purtroppo riusciamo a prendercene cura solo per poche ore perché ci sono molte madri e pochi letti a disposizione. Siamo costretti a continuare a spostarci tra gli ospedali e a spostare i pazienti e questo è molto traumatico. Sarebbe difficile in Europa è terrificante doverlo fare in una zona di guerra come Gaza. Abbiamo dovuto chiudere 12 strutture sanitarie dall’inizio del conflitto. Non sappiamo dove potremo curare i nostri pazienti domani o il giorno dopo e questo è un problema perché lì c’è bisogno di cure mediche complesse: ci sono ferite profonde, fratture esposte. Ci sono i morti per le bombe e poi ci sono morti silenziose, causate dalla malnutrizione, da un ambiente insalubre, dalla mancanza di cure per patologie come cancro o diabete».
Gli ospedali e il personale sanitario sono diventati un bersaglio in questo conflitto?
«Purtroppo si ed è parte dell’anomalia di questa guerra. Noi abbiamo perso 5 persone, e molti nel nostro staff hanno perso qualcuno di famiglia. 200 operatori umanitari sono stati uccisi e poi c’è la distruzione degli ospedali e di interi quartieri. Questo è sistematico, non c’è niente di accidentale. Siamo stati attaccati in molti modi, non ci sono solo i bombardamenti. Un ospedale non sono solo quattro mura e un tetto, ha bisogno di acqua, elettricità e servizi e questi sono stati tagliati dall’esercito israeliano. L’attacco ai sanitari è inaccettabile, è un caso di impunità e di mancanza di rispetto delle leggi umanitarie, ma anche di quelle di guerra. Si tratta di un segnale preoccupante, anche pensando alle guerre future».
I numeri sulle vittime sono credibili?
«Abbiamo visto i numeri come tutti gli altri e li prendiamo con molta serietà. Il numero dei morti è enorme, l’ho visto con i miei occhi. Ho visto persone uccise indiscriminatamente, interi quartieri polverizzati. Questa è una violazione delle leggi umanitarie e deve finire adesso».
Servono un cessate il fuoco e aiuti umanitari immediati?
«Si, è da mesi che abbiamo bisogno di un cessate il fuoco ed è già troppo tardi. Entrambe le parti devono fermarsi e trovare un accordo per un cessate il fuoco sostenibile e di lunga durata. Voglio sottolineare che è una cosa davvero rara per Msf di chiedere pubblicamente un cessate il fuoco, operiamo in scenari di guerra in tutto il mondo, e se questa volta lo abbiamo fatto è per la drammatica brutalità di questo conflitto che vede una popolazione in trappola, bombardata e senza un posto verso cui scappare. Dopo il cessate il fuoco servono aiuti umanitari ma su una scala enorme. Ora stanno arrivando solo le gocce, i bisogni sono aumentati drammaticamente. Serve cibo, acqua, medicinali, vestiti, prodotti per l’igiene. Abbiamo bisogno che tutti i valichi per Gaza siano aperti e che gli aiuti entrino a ritmo costante. Voglio rendere chiare due cose. La prima è che il metodo più efficiente di consegna degli aiuti è via terra, ma un camion che entra a Gaza non è la soluzione, serve un sistema di distribuzione organizzato che permetta alle Ong di gestire gli aiuti e destinarli a chi ha bisogno più urgentemente. La seconda cosa riguarda gli aiuti via aereo che abbiamo visto in queste settimane: non sono efficaci e sono solo alibi per continuare questa guerra. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna stanno usando questi aiuti come illusione mentre continua una guerra di cui sono complici. Gli aiuti via aereo non solo sono poco efficaci, poco più che briciole, non solo sono pericolosi, abbiamo visto persone farsi male cercando di recuperarli, ma sono anche stati usati per giustificare il perdurare della guerra. Gli aiuti via aereo sono un ammissione di fallimento».
Sta peggiorando la situazione nel mondo? C’è speranza?
«Non credo di essere la persona giusta per dirlo, perché per lavoro mi concentro sugli scenari di crisi. Sicuramente i conflitti stanno diventando più complessi. Ma anche l’assistenza umanitaria è sempre migliore. Dobbiamo accettare che i bisogni non spariranno forse mai. Forse sta peggiorando, ma quando incontri persone come quelle di Gaza, e vai oltre i titoli di giornale, scopri amore, supporto, ingegno. Trovi quel filo, sottile ma forte, che connette le persone attraverso l’amore e l’umanità».