Luoghi scomparsi

domenica 2 Aprile, 2023

Il feudo fantasma di Covelo. Storia del castello che non c’è

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Il podcast di Jessica Pellegrino ci porta in Valle dei Laghi alla scoperta di un borgo colpito da una calamità e di un maniero di cui non resta traccia

Il nostro viaggio nel tempo alla scoperta dei «Luoghi scomparsi», che oggi troverete online in versione podcast, ci porta in Valle dei Laghi là dove, tra la Paganella e il Monte Bondone, vi è la Val dei Morti. Una zona protetta da imponenti e luminose pareti che, si narra ospitasse, fino al primo secolo dopo Cristo circa, il castello di Covelo ed il suo feudo.
Lì dove, come canta nella sua «Nina nana en Val dei Laghi» il Coro Valle dei Laghi – diretto dal maestro Paolo Chiusole – l’Ora del Garda corre, asciuga e con la sua brezza fa una carezza all’intera valle al cospetto del monte Bondone.
Una valle dove, alle falde del Monte Gagia, fra l’odierno villaggio di Covelo e quello di Mas Ariol, la «Val dei Morti» custodiva un piccolo abitato. La sua storia, ancor oggi, è avvolta nel mistero. Si racconta però di un piccolo villaggio dove la vita scorreva placida e pigra.

In un autunno particolarmente piovoso questa tranquilla quotidianità venne interrotta. Prima da qualche brontolio, poi da strani e sinistri boati sempre più inquietanti che provenivano dalle falde scoscese del monte Gagia.
Venne però il giorno in cui la terra tremò così tanto da sgretolare i muri del castello così come le case dei suoi abitanti. Un terremoto che non fece vittime e che, passato un primo momento di sconforto, vide gli abitanti intenti a ricostruire e sistemare le ferite lasciate dalle scosse precedenti. Arrivò così l’inverno e con lui un’altra tanto improvvisa quanto forte pioggia.

In questo caso però la neve, appesantita, cominciò a creare delle piccole slavine che si unirono nella corsa ai massi che si staccavano dai crinali della montagna. Il piccolo paese di fronte ad un evento di queste dimensioni rimase inerme. A ricoprilo furono infatti metri cubi di fanghi, detriti e neve.
Tutto fu sommerso. Nessuno osò più attraversare quei luoghi per decenni che, a ricordo della catastrofe naturale venne denominato «Val dei Morti».

I pochi superstiti si trasferirono a sud ed a nord del vecchio abitato riparandosi nei còveli, anfratti naturali delle rocce, all’interno dei quali si sentivano più protetti. Anfratti che diedero vita all’abitato di Covelo.
A raccontarci qualcosa di più sugli aspetti che affondano le radici nella storia è Verena Depaoli che ha portato avanti delle ricerche sul castello e sulla sua esistenza e ne ha scritto su numerose riviste. Ed è proprio da uno dei suoi scritti che ha preso vita il nostro racconto. Lasciamo quindi che sia lei a raccontarci qualcosa di più su questo luogo.
«Le leggende spesso tutto sono meno che l’essere puro frutto della fantasia – spiega Depaoli – proprio il microtoponimo, Val dei morti, ci dà un primo indizio. Un indizio sul luogo, un luogo particolare dove qualcosa deve essere accaduto. Un microtoponimo che tuttora viene utilizzato». Non solo questo però prosegue Depaoli: «Ci sono dei testi che ci portano a credere che qualcosa sia effettivamente successo in quei luoghi». Tra questi un volume di “Archeologia trentina” dei primi del ‘900 in cui Luca Pisoni descrive il ritrovamento di piccole ceramiche pre e proto storiche. E ancora “Brevi cenni storici su Covelo e la sua chiesa di Castel Terlago”, un libro molto antico in cui si parla di un castello posto proprio in quella località.
«Questi documenti – conferma – ci ricordano che sicuramente ci sono stati insediamenti umani e anche il nome attuale di Covelo ci riporta ancora lì visto che gli abitanti superstiti di quella grossa catastrofe che dovrebbe essere accaduta sono andati a salvarsi nei “còvali”, questi anfratti in cui si sono salvati».
Non molte dunque le fonti storiche ed il mistero avvolge ancor oggi la Val dei Morti. Una leggenda di cui il ricordo è andato via via scemando all’interno della comunità. A confermarlo anche Lorenzo Miori, sindaco di Vallelaghi.
«Personalmente conoscevo la leggenda molto poco – commenta – soltanto qualche accenno, forse anche a testimonianza del fatto che, nel corso degli anni, la sua storia si sia persa con le nuove generazioni. Sentendo un po’ di testimonianze è abbastanza sconosciuta e quindi anche questa può essere una bella occasione per riprendere una narrazione importante che testimonia il cambiamento e la mutazione dei nostri luoghi cari nel corso dei secoli».
Le caratteristiche della zona richiamano comunque ad eventi simili: «Sicuramente – conclude Miori – si trova in una zona molto impervia nel comprensorio montuoso che fa pensare a smottamenti che hanno dato origine a ciò che caratterizza la nostra zona: i laghi».