Il mare

giovedì 25 Maggio, 2023

Dove si trova la fine del mondo?

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Karin Schmuck ci mostra una serie di fotografie in cui il grande protagonista è il mare, che racchiude in sé la fine e l’inizio, la partenza e l’arrivo. Confini che si fanno e si disfano, come le onde
Una fotografia di Karin Schmuck in mostra alla galleria 00A di Trento

Bambine e bambini, vi siete mai domandati dove si trova la fine del mondo? È una domanda che in questi giorni mi insegue dappertutto, la lascio sotto il cuscino quando mi sveglio la mattina, ma lei mi insegue e me la ritrovo dentro la tazza del tè mentre faccio colazione, spunta dietro un albero mentre corro al lavoro, mi tira la gonna quando aspetto in fila il mio turno al supermercato. Insomma non riesco proprio a liberarmene: è una domanda strana, appiccicosa, impertinente, ma anche molto importante. Ho cominciato a sentirla scalpitare dentro di me da quando ho visitato la bellissima mostra di Karin Schmuck, fotografa bolzanina, intitolata proprio Finis Terrae (World’s Ends) ospitata alla 00A Gallery di Trento fino al 28 maggio. Karin Schmuck ci mostra in questo piccolo luogo magico una serie di fotografie in cui il grande protagonista è il mare. Un mare impetuoso, schiumoso e immenso che trattiene dentro di sé, racchiuso in ogni onda, la meraviglia e la paura, l’impeto e l’attesa, la fine e l’inizio, la partenza e l’arrivo.

Non è un mare qualsiasi quello fotografato da Karin, ma il mare che il suo corpo e le sue emozioni in cammino hanno incontrato lungo la costa della Galizia, all’estremo nord-ovest della Spagna. Karin da anni sta portando avanti una lunga ricerca, studiando e fotografando quei luoghi che sono considerati i «confini del mondo», tra cui lo stretto di Gibilterra con le cosiddette colonne d’Ercole e lo stretto di Messina, dimora di Scilla e Cariddi, mostri marini descritti da Omero. La sua indagine l’ha infine condotta in Galizia e qui la domanda sulla fine del mondo si è colorata di tante emozioni diverse. Si tratta infatti di un territorio rurale scarsamente popolato e molto povero da cui negli ultimi 200 anni sono emigrate moltissime persone che, in cerca di fortuna, sono partite verso l’America Latina, proprio dall’altra parte del mare. Se guardo le sue fotografie sento tutto il rumore delle onde, le sento infrangersi sugli scogli, rompersi in mille schizzi e ricomporsi senza farsi male, sento l’urlo trattenuto da ciò che resta sul fondo o sulle rocce che lei fotografa nel dettaglio, dandoci la possibilità di soffermaci ad osservarlo, e sento il segreto del mare che solo se si rallenta e si ascolta con cura si può sentire: il ricordo delle partenze e della paura che le contraddistingue. Perché se questo è un luogo in cui si sente tutta l’immensità della fine del mondo è anche il luogo da cui il viaggio ha avuto e ha inizio.

Se fosse davvero possibile delineare un confine sarebbe un confine che continua a mutare, che si crea e si disfa, così come fanno le onde, che sono inizio della vita ma anche fine, speranza e terrore trattenuto in ogni goccia. Mi immagino Karin in cammino, lenta, che respira il mare con il corpo e con gli occhi, che si ferma e prima di scattare le sue foto lo accoglie tutto dentro di sé nel suo segreto e nella sua immensità. Prendetevi ora del tempo tutto vostro per camminare e guardare. Scegliete un piccolo percorso da fare a piedi, magari in un luogo che vorreste esplorare meglio nei suoi dettagli. Cominciate a camminare e rallentate sempre di più fino a che non sarete completamente fermi. State attenti a come reagisce il vostro corpo: come respirate? Cosa sentite sotto i piedi? Come osservate ciò che avete intorno a voi? Fatelo qualche volta e poi fermatevi a guardare con la stessa cura e la stessa lentezza. Per Karin camminare e guardare sono due azioni fondamentali che se fatte con attenzione sono dei gesti sovversivi che possono cambiare il modo in cui abitiamo il mondo.