Il rapporto

mercoledì 9 Novembre, 2022

Poveri raddoppiati in quattro anni. Tisi: «Solo una rete di comunità solidale può far fronte a questa piaga»

di

I dati raccolti dalla Caritas fotografano l'incremento annuale dei bisogni: sono 4.400 le persone seguite e aiutate economicamente. Nel 2017 erano state poco più di 2.200. E l'arcivescovo chiede un impegno dell'intera collettività

In quattro anni i poveri del Trentino sono raddoppiati, arrivando a superare le 4.400 unità. E questi sono solo quelli che hanno chiesto aiuto, o sono stati intercettati dalla Chiesa trentina che con l’aiuto di privati e volontari è intervenuta con oltre 800 mila euro, concreti e tangibili. Purtroppo è la punta di un iceberg: nelle nostre valli ce ne sono ancora molti nell’ombra, che per preservare la loro dignità ferita non osano chiedere, persone che fino a poco tempo fa non avevano problemi economici, ma poi sono stati falcidiati dal Covid e dalla crisi economica. Non è un caso che quest’anno la Chiesa trentina porti la sua Giornata dei poveri in periferia, in Val di Rabbi (sarà sabato prossimo con conclusione a San Bernardo e la celebrazione della messa).
«Si deve riconquistare il concetto di comunità – ha detto ieri monsignor Lauro Tisi a Rovereto durante la presentazione dei dati della Caritas – perché il problema della povertà non deve essere delegato all’Azienda sanitaria o ai Comuni. Il problema è di tutti, può toccare il nostro vicino di casa e magari noi stessi e solo una rete di comunità solidale può far fronte a questa piaga. Dobbiamo cominciare a guardare noi stessi e chiederci che cosa possiamo fare. A cominciare dalla Chiesa che non potrà mai dirsi soddisfatta del lavoro fatto fino a quando ci sarà anche un solo povero tra le nostre case. Troppo poco, anche nel corso degli incontri sinodali, si è parlato di povertà e invece dovrebbe essere il focus principale. Il Trentino non è immune. Vediamo dei dati spaventosi, nelle città ma anche nelle valli e dobbiamo cominciare a guardare a questi dati non come a freddi numeri, ma alle persone che ci stanno dietro, ai volti, alle storie. Dobbiamo cambiare il nostro approccio, perché la povertà non è la stessa di dieci anni fa e dobbiamo inventarci nuovi modi per intercettare le persone e tendere una mano. Possiamo essere infallibili nei dogmi religiosi, ma mai potremmo dirci cristiani se non daremo una risposta concreta e immediata alle povertà. “Avevo fame e mi avete dato da mangiare”: è così che si incontra Dio».
Monsignor Tisi riserva un richiamo anche all’economia, «tanto ingorda che non si accorge che fa un danno pure a se stessa. Le nostre valli ricche di turismo riservano le case solo a chi può pagare cifre folli, cacciando il medico condotto, il cameriere, l’infermiere, il barista e tutti coloro che assicurano i servizi alla comunità. E poi ci si lamenta della loro mancanza». I poveri, insiste l’arcivescovo, sono frutto di storture sociali, di strutture costruite per soddisfare pochi privilegiati togliendo agli altri. Ecco perché la povertà è un problema di cui deve farsi carico tutta la società, dalla politica all’economia fino ai singoli individui, facendo rete e dando risposte concrete, non di facciata.
«Il mio sogno – gli fa eco il direttore della Caritas, Fabio Chiari – è quello che un giorno non ci sia più la Caritas, perché vorrà dire che la comunità si è fatta carico di questo fenomeno, lo ha riconosciuto e lo ha fatto proprio, trovando le contromisure e le soluzioni». Per questo si cerca di avviare una nuova metodologia, rendendo protagonista proprio il territorio, sia nell’individuazione delle priorità sia nella ricerca delle risorse. Difficile trovare un motivo unico che provoca la povertà, intesa anche come fragilità personale oltre che economica. Le motivazioni sono varie e trasversali. Di certo si è registrato un aumento considerevole del disagio psichico soprattutto fra le donne, una diffusa fragilità giovanile dovuta alla mancanza di riferimenti esemplari, la solitudine soprattutto tra gli anziani. Anche qui è un problema di sfaldamento delle comunità, di tendenza a chiudere l’uscio e a non guardare il vicino di casa. «Dobbiamo ripensare – ha concluso Chiari – alla società che vogliamo per il nostro immediato futuro. Se la politica abbandona la scuola, la sanità e il sociale non ci resta più nulla».