Agricoltura

venerdì 11 Novembre, 2022

Le Giudicarie si scoprono terra di vite e di vini

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Dalla Rendena al Bleggio, la sfida di cinque produttori riuniti in un’associazione

Le Giudicarie non fanno rima solo con farina gialla di Storo, rape di Bondo o ciuìga del Banale. Le Giudicarie oggi sono anche vino. E che vino.
L’associazione Giudicarie in Bottiglie, nata un anno fa per promuovere il vino giudicariese, ne è la dimostrazione plastica: oggi conta cinque viticoltori locali che puntano ad offrire prodotti di alta qualità figli di una coltivazione sostenibile.
Nicola Del Monte, 43 anni, tionese doc, è stato tra i primi a crederci. Al punto da lasciare il lavoro di consulente aziendale – avviato dopo la laurea in economia – per dedicarsi anima e corpo alla viticoltura in una terra tradizionalmente vocata ad altro: nel 2008 ha piantato le prime vigne a Tione e oggi produce settemila bottiglie distribuite – spiega – nei migliori ristoranti stellati d’Italia.

L’attività di Nicola è partita con una scelta precisa, una filosofia che difende sin dal primo giorno: coltivare senza alcun trattamento chimico vitigni resistenti in grado di combattere naturalmente le malattie funginee tipiche di questa pianta. Le uve coltivate oggi a Tione, ai piedi del ghiacciaio dell’Adamello-Brenta, sono: solaris, muscaris e souvigner gris.
L’accentuata escursione termica e l’influsso delle nevi perenni – spiega Del Monte – influenzano il clima in modo determinante donando ai vini profumi e caratteri unici nel suo genere. «I vini della nostra azienda risentono positivamente del luogo in cui vengono prodotti” racconta». Da questa considerazione prende il nome la sua prima creazione: Dedit, dono della terra, «vino bianco dotato di forte carattere con note che richiamano climi di altre latitudini. Creato con uve solaris, che dalla messa in dimora non hanno mai avuto nessun trattamento.» E poi c’è il Lauro, «extra dry molto particolare con profumi tipici di montagna e un interessantissimo contrasto tra dolcezza e acidità». Lauro, come il papà di Nicola, e come l’alloro, «storicamente usato per incoronare grandi traguardi e spesso accompagnato da una bottiglia di spumante».
Anima il lavoro di Giudicarie in Bottiglie la volontà di valorizzare la memoria storica di queste terre riconoscendo un’identità culturale e agricola del territorio che merita di essere raccontata e celebrata, nel pieno rispetto dei suoi valori: «Siamo un gruppo di amici con la voglia di condividere e sperimentare, la rete tra imprese è il futuro, valorizziamo economicamente il nostro territorio in modo rispettoso e non intensivo», chiarisce Del Monte.

Oggi si sente parlare tanto di sovranità alimentare, si dovrebbero incentivare progettualità di questo tipo con politiche a sostegno. Le problematiche ci sono, la parcellizzazione del territorio ad esempio. «Quante nuove opportunità per gli imprenditori volenterosi se ci fosse (per fare un esempio) una banca della terra giudicariese, dove l’ente pubblico, o perché no proprio la cooperazione – argomenta Nicola Del Monte – potesse far da garante incentivando i proprietari ad affittare terreni che sarebbero così valorizzati anziché lasciati all’incuria».
L’orizzonte dell’associazione si amplia con l’offerta formativa realizzata attraverso un corso di avvicinamento al vino e l’offerta turistica con un percorso enogastronomico dedicato e itinerante in tutte le cinque cantine.

Il lavoro di Del Monte è in buona compagnia. Ad accompagnarlo in questa avventura, che rovescia i luoghi comuni sull’agricoltura di queste valli, ci sono il Cavic di Luca Caliari (presidente di Giudicarie in Bottiglia) e il Levii di Cesare Berasi entrambi prodotti al Bleggio, il Lena di Paolo Pangrazi e il Ronc’or di Riccardo Collini prodotti invece in Val Rendena, rispettivamente a Pelugo e Spiazzo.
Esperienze che cambiano il paesaggio delle Giudicarie, offrendo a chi le frequenta un punto di vista diverso, almeno per il palato.