il personaggio

domenica 15 Gennaio, 2023

Emanuele Del Rosso e le vignette che irridono i potenti

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Il giovane vignettista trentino, che vive nei Paesi Bassi, è stato recentemente pubblicato su Washington Post e Charlie Hebdo: «Il compito della satira è quella di smutandare i potenti. La risata interrompe la serietà del potere»

Emanuele Del Rosso ha i capelli lunghi, un baffo che avrebbe dato spettacolo anche sui Boulevard di Parigi nell’800 e lo sguardo curioso di chi vuole comprendere ciò che lo circonda. Lo abbiamo intercettato a Trento nei pochi giorni in cui è tornato in Trentino per natale, prima di fare ritorno nei Paesi Bassi, dove ormai vive e lavora da anni. Non potevamo perderci l’opportunità di incontrare dal vivo uno dei più eclettici expat trentini che hanno costruito all’estero le loro fortune. Emanuele infatti è uno dei migliori vignettisti emergenti d’Europa. Si è fatto le ossa consumando lavagnette elettroniche per anni e ora sono cominciate ad arrivare soddisfazioni importanti, con pubblicazioni illustri come il Washington Post e Charlie Hebdo. Per lui però questo è solo l’inizio.
Emanuele come ha cominciato a disegnare?
«Con le formiche di Fabio Vettori (ride), no davvero credo che sia comune per molti ragazzi trentini della mia generazione. È la prima cosa che ho imparato a disegnare da ragazzo. Poi durante l’adolescenza mi sono allontanato dal disegno e la scintilla si è accesa solo più tardi».
Quando?
«Mentre studiavo giornalismo all’università di Groningen. Durante un corso ci hanno chiesto di fare una vignetta. Disegnai uno schizzo sul tema della giustizia internazionale. La professoressa ne era entusiasta e mi ha detto di continuare e l’ho fatto, ma non solo perché mi ha detto che ero bravo?».
E perché?
«La cosa bella della satira è che conta molto l’idea. Anche se il disegno non è molto complesso graficamente può bastare la giusta intuizione a renderlo vincente, il campo è aperto anche a chi non esce da una scuola d’arte».

Esempio di idea vincente: basta cambiare un numero per raccontare il fallimento della politica di Xi Jinping

Come nel suo caso?
«Esatto, io ho iniziato nel 2014 su una lavagnetta grafica che mi avevano regalato e sono continuamente al lavoro sull’evoluzione del mio stile. Fino a due, tre anni fa, ho continuato a considerare le vignette un hobby».
E invece adesso ci lavora?
«Si è diventato a tutti gli effetti parte del mio lavoro di freelance e questo mi fa molto piacere, perché all’inizio l’obiettivo era solo quello di divertirsi facendo satira politica. A me è sempre piaciuto informarmi sull’attualità, approfondire i temi. Ora i sentimenti suscitati da una notizia li posso incanalare in una mia vignetta».
Quali sono state le pubblicazioni che l’hanno emozionata di più?
«Al primo posto metto il Washington Post. Apparire due volte, a distanza di poche settimane, su un giornale così importante è stato un traguardo incredibile e dire che avevo quasi perso le speranze».

La vignetta con cui Emanuele è sbarcato sul Washington Post

In che senso?
«Mi avevano contattato loro un anno e mezzo fa chiedendomi di mandargli i miei lavori. Da allora gli ho inviato ogni vignetta che ho realizzato senza ricevere mai risposta. Poi il 31 dicembre, come se fosse un regalo di Capodanno, ho visto che mi avevano pubblicato ed è stato bellissimo. Però devo dire che tengo molto anche ai lavori che faccio in Olanda e in Francia, dove riesco a occuparmi di temi locali, che riscuotono una forte reazione dalla popolazione perché sono temi molto sentiti»
A proposito di Francia, recentemente è arrivata anche la pubblicazione su Charlie Hebdo
«Si hanno realizzato un numero speciale contro l’Ayatollah Khamenei e hanno raccolto vignette da tutto il mondo. Sono uno degli autori italiani selezionati e ci tengo molto, perché quello che sta succedendo in Iran ci riguarda tutti. Non dobbiamo distogliere l’attenzione e spero che anche le vignette contribuiscano in questo senso».
Le autorità iraniane le hanno definite blasfeme
«Sono vignette contro il leader di un regime che uccide donne, giovani e oppositori. Sono immagini contro il potere, non contro l’Islam. Sono i capi del regime che si nascondono dietro la religione».
Più in generale cosa ne pensa della posizione di Charlie Hebdo e della libertà di espressione?
«Devo dire che non sempre amo i loro lavori. Però, citando un vecchio motto, direi che la mia posizione è: “Non sono d’accordo con te, ma mi batterò affinché tu possa esprimere quello che pensi”. Quindi approvo la libertà totale con cui Hebdo approccia a i temi anche se a volte il risultato sono delle vignette di cattivo gusto. Fa pensare comunque che a volte ci si indigni di più per un disegno che per tempi ben più importanti».
Emanuele secondo lei qual è il ruolo della satira?
«Smutandare (ride), no davvero però: smutandare i potenti. Racconto spesso che Thomas Nast, il padre della satira americana e di New York, era finito nel mirino dei Five Point (la gang americana resa famosa dal film di Martin Scorsese Gangs of New York) perché le sue vignette erano più dannose per la loro reputazione degli articoli di giornale. Ora non è più così, però credo che i social abbiano ridato forza alle immagini e permesso la veloce diffusione delle vignette. A volte un disegno davvero conta più di mille parole. La risata interrompe la serietà del potere».

Molti i leader del mondo finiti nel mirino del disegnatore. Qui Putin si rifugia dietro la sua versione della «cortina di ferro»

Quali sono i suoi valori che poi indirizzano i messaggi delle sue opere?
«Ci sono alcune stelle polari: innanzitutto i diritti umani e quindi anche quelli dell’immigrazione. Poi l’uguaglianza di genere e la crisi climatica sono dei temi a me molto cari. Poi ci sono i valori che indicano come non si deve fare satira. La cosa più importante è non confonderla con la propaganda. La vignetta deve presentare un’idea, ma non cercare di convincere qualcuno. Lo scopo non è vendere un’idea, ma cominciare un dialogo, far riflettere su un tema. L’altro aspetto fondamentale riguarda invece il disegno. Per me è importante non discriminare le persone e le identità stereotipandone l’immagine o le caratteristiche corporee».

Una vignetta sul tema delle migrazioni, molto presente nel lavoro dell’artista

Paradossalmente per lei è stato più facile pubblicare all’estero piuttosto che in Italia?
«Si, non so se è dovuto alla rete di conoscenze che mi sono costruito in Olanda o se è un fattore culturale, legato a come viene percepita la satira e a quanto è disposto un giornale a rischiare per pubblicare una vignetta forte. Però mi piacerebbe pubblicare di più in Italia, ci sono tanti temi a cui io, e altri colleghi italiani, vorremmo dedicarci».

Uno degli ultimi lavori di Emanuele Del Rosso sull’Italia

Guardando indietro cosa è stato importante nel suo percorso?
«Sicuramente i legami e le relazioni. Faccio parte di due associazioni di vignettisti: Cartoon Movement e Cartoon for Peace. Lì ho incontrato colleghi sempre disposti ad aiutare e con cui confrontarsi sui temi. Poi sono stati importanti alcuni mentori: Janet Anderson, la professoressa di cui parlavo prima, e poi Tjeerd Royaards, il presidente di Cartoon Movement. Quando mi fisso riesco a essere molto fastidioso. Li ho tempestati di domande per anni (ride)».

Da qui in avanti che obiettivo si è dato?
«In primis quello di aumentare il volume di vignette che riesco a pubblicare. Poi sto lavorando sul mio stile. Non avendo mai fatto una scuola d’arte tutto quello che ho imparato nasce dalle ore spese ad affinare il mio tratto e sento che è un processo ancora in evoluzione. In un senso più pratico, invece, l’aspirazione è quella di raggiungere le prime pagine di alcuni giornali, penso soprattutto a Le Monde. Poi sono molto attivo nel mondo dell’associazionismo. È importante sensibilizzare i giovani sui temi politici e sulla satira, perché abbiamo bisogno del loro punto di vista».