L'intervista

giovedì 23 Maggio, 2024

Depressione giovanile, la psicologa Pizzini: «La società incerta acuisce lo stress. E dai social troppe pressioni»

di

L'Azienda sanitaria studia, previene, diagnostica e accompagna ragazze e ragazzi trentini in questo ambito

Il nostro, si sa, è un tempo incerto, rumoroso, complesso. Un labirinto in cui giovani e adulti rischiano di perdersi. Un disagio che colpisce in particolare gli adolescenti – e le ragazze in particolare – spesso imbrigliati nelle rappresentazioni fittizie del social, che portano a una crescente sfiducia. A studiare, prevenire, diagnosticare e accompagnare ragazze e ragazzi trentini è l’Azienda sanitaria, in campo per lenire le sofferenze dei giovani.
Monia Pizzini, psicologa e dirigente dell’area adolescenza dell’Azienda sanitaria, partiamo dal principio: un giovane su dieci mostra sintomi di depressione. Cosa si intende per sintomi di depressione?
«I sintomi depressivi hanno diverse forme. Per sintomi depressivi si intendono: tristezza (essere giù di morale), perdita di interesse per tutto, irritabilità, stanchezza o sentirsi privi di energia, sensazione di vuoto e solitudine, problemi nel sonno, senso di inutilità, sensi di colpa, pensieri negativi (nei casi più gravi pensieri di morte o suicidio). Questo può comportare disinvestimento dalla scuola, dalla socialità e dalle relazioni, cambiamenti nell’aspetto e nel comportamento (alterazioni dell’aspetto personale es riduzione di cura personale). Tuttavia l’adolescenza è un passaggio in cui avvengono cambiamenti a livello psicologico-emotivo, fisico, ormonale, sociale, cambia il modo di sentire le emozioni, di relazionarsi, di vedersi con il proprio corpo nel mondo. Il passaggio crea un momento critico».
In che senso? E cosa lo rende un momento critico?
«In adolescenza possono essere sintomi anche “fisiologici” e transitori. Solo quando questi episodi sono profondi e protratti nel tempo e inficiano in maniera grave lo sviluppo psico-sociale del ragazzo/a siamo in presenza di un disturbo».
Quindi come comportarsi?
«È fondamentale intercettare i segnali di disagio per intervenire precocemente per evitare che ci siano dei blocchi nello sviluppo, in particolare in questo periodo evolutivo che è l’adolescenza. Proprio per promuovere maggiore prevenzione abbiamo avviato un progetto ministeriale nei consultori, dal titolo Progetto benessere adolescenti, rivolto agli adolescenti che frequentano le scuole secondarie di secondo grado. Nella sostanza sono previsti interventi di promozione al benessere psicologico nei consultori circa il mondo delle relazioni, comunicazione e gestione emotiva, chi sono e cosa mi fa star bene»
Negli ultimi anni si parla molto di salute mentale giovanile, si è acuito il disagio, specie post pandemia, o è migliorata la capacità di diagnosticare le difficoltà?
«La sofferenza dei ragazzi era presente anche prima della Pandemia. La Pandemia ha solo esacerbato il malessere. La letteratura in ambito psicologico stimola riflessioni legate ai cambiamenti sociali. I cambiamenti sociali in cui è inserita la famiglia, cambiano gli stili educativi, le aspettative reciproche. Per capire la fragilità dell’adolescente è importante tenere conto della fragilità adulta. Per gli adulti è più difficile identificarsi con gli adolescenti, difficile accogliere le emozioni disturbanti, comprendere i fallimenti (come se non fossero tollerati). A livello mondiale molte ricerche evidenziano un peggioramento della salute mentale dei giovani: la pandemia, le incertezze economiche, le tensioni internazionali, hanno aggiunto maggiore stress rendendo più difficile la gestione delle emozioni negative con l’incremento del malessere. Queste situazioni aumentano l’incertezza e conseguentemente l’insicurezza con senso di impotenza, il futuro diventa poco immaginabile, il mondo pericoloso e c’è sfiducia che genera una concezione negativa del futuro».
Gli adolescenti di oggi sono nativi digitali (e social): la vetrina del web enfatizzano le difficoltà?
«Jean M. Twenge, psicologa americana, una delle prime studiose a lanciare l’allarme sull’impatto che social network e smartphone avrebbero avuto sulle giovani generazioni: la percezione diffusa è che la sofferenza degli adolescenti sia iniziata con la Pandemia, non è così. Già nel 2012 le persone nei paesi occidentali hanno iniziato ad usare sempre lo smartphone e i social media sono passati dall’essere facoltativi a diventare popolari/obbligatori tra gli adolescenti. La maggior parte delle ricerche indica un nesso causale molto forte tra social e depressione in particolare per le ragazze per la pressione che sentono quando sono sui social, specie in relazione alla loro identità fisica. Attraverso i social network si divulgano anche le modalità di esprimere il dolore in adolescenza. Il disagio adolescenziale odierno si esprime prevalentemente con l’attacco al sé, non più come un tempo con trasgressioni, provocazioni all’adulto o attacco all’altro».
In quale modo prevale l’attacco al sé?
«Gli adolescenti già prima del lockdown esprimevano il disagio con l’attacco al sé, al corpo (autolesionismo, ritiro, problemi alimentari) perché è più forte il senso di vergogna, sentono l’inadeguatezza ed è anche questo che li limita e in alcuni casi li blocca. Quindi anche il mondo adulto deve tener conto di questa modalità di esprimere il disagio e pensare ad adeguate forme di prevenzione, percorsi scolastici e formativi che accompagnano i ragazzi alla crescita. Compito importante che il mondo adulto ha nei confronti dei giovani è di creare le condizioni di sperare ad un futuro. Il futuro è per sua natura incerto in adolescenza e il disagio dei più giovani dipende spesso dall’assenza di prospettive e di speranza».
Esiste una netta differenza di genere: una adolescente su due, in base all’indagine, riporta una condizione di malessere. Come mai le ragazze sono più in difficoltà?
«In particolare la solitudine cresce nel mondo, ed è in crescita tra gli adolescenti (dal 9 al 14%) anche tra gli adulti e negli anziani. Le differenze di genere emergono nell’adolescenza e si basa sull’assunto che la solitudine viene considerata un problema internalizzante dove le femmine sono più a rischio in questo tipo di problematica adolescenziale, in particolare la pubertà è un periodo più a rischio per le femmine in quanto sono più sensibili ad aspetti interpersonali dell’ambiente sociale. Hanno un’emotività più negativa e un controllo più impegnativo rispetto ai maschi (Vanhalst 2012). Le femmine si orientano maggiormente verso attaccamenti diadici e intimi e proprio per questo possono sviluppare una solitudine più intima rispetto ai maschi. Va anche detto che le femmine sono più inclini a riconoscere il malessere rispetto ai maschi. Hanno maggiore capacità di chiedere aiuto, maggiori capacità espressive del dolore e della sofferenza. Ricordiamoci che interventi precoci portano a ridurre gli esiti della depressione».
Le ragazze mostrano anche meno fiducia in sé stesse: bassa rappresentanza femminile nella politica, nelle posizioni apicali delle imprese, nelle materie Stem sono fonte di sfiducia?
«Ci sono numerosi studi che stanno facendo emergere con chiarezza sempre maggiore che le donne tendono a credere meno in loro stesse rispetto agli uomini. Se già all’età di 6 anni le bambine hanno assimilato la convinzione di non essere intelligenti quanto i loro coetanei maschi. La scarsa fiducia in sé si consolida con il tempo e influenza negativamente le scelte di vita delle ragazze, dal percorso di studi, alle scelte di carriera. Lo svantaggio femminile in campo scientifico non deriva da limiti cognitivi strutturali o da limiti all’astrazione del sapere matematico, ma da fattori di natura socioculturale che convergono: le aspettative dei genitori e degli insegnanti, l’influenza dei media, la minore presenza femminile in certi ambiti professionali».